Racconto di fantasia

Un appunto in agenda, aperitivo al *** alle ore 18. Bravo, un appuntamento segnato, questo sì che significa essere precisi. Il fatto è che non ho segnato con chi avevo ‘st’appuntamento, e quindi? Non un nome, un numero di telefono, il nulla. Solo l’orario. Un po’ poco, no? Preciso ‘sto cazzo. Quindi ci vado lo stesso, ottimo: il posto è uno di quelli dove l’andarci di proposito è detestabile a priori, a voler essere gentili. Piove eccezionalmente che Dio la manda, quindi io mi siedo dentro in un tavolo che s’è preso una sporta d’acqua che mezza basta e la sedia idem, asciugati alla bell’e meglio da una dello staff, col tavolo che, fradicio, profuma d’impregnante e la sedia che mi si sarà tatuata sul culo, disegnando un simpatico motivo sui miei jeans. Piove ancora di più e l’uscita da questo posto decisamente fighetto wannabe (che orribile coppia di lemmi, però funziona, come NON disse Machiavelli, non l’ha mai detto, è una leggenda metropolitana: “Il fine giustifica i mezzi”, un posto degno del mio paesone che m’ospita) sarà un’impresa degna di Noè. Probabilmente sto aspettando ‘sto cazzo, ma transeat: non ho nemmeno un ombrello con me, quindi buon viso a cattivissima sorte.

Stanno per intervistare qualcuno, oh cielo, un VIP, qualcuno senza dubbio importantissimo, me cojoni, e io non ne sapevo nulla, io sono addirittura in sandali, quanta mala creanza. Penso che me la darò a gambe prima che inizi il rito mediatico. Accanto a me due coppie: due amiche (notevoli) che parlano di non so cosa, ché la mia sordità incipiente ovatta tutto e dietro di me due tizi di cui al punto in precedenza. Mi portano una Ribolla Gialla gassata (attenzione, bedabèda bubi, non vinificata chissà come, gassata come certi vini rabbiosi da circolo ACLI) pressoché imbevibile e un pacchetto di patatine da 30 g unte e bisunte, però confezionate che Sua Maestà il Morbo Odierno non transige. Dietro ancora una famigliola con tre (quattro) infanti, di cui uno bestia di Satana che non fa altro che strepitare.

Ha smesso di piovere, dioguardi: me la do a gambe, nonostante l’intervista sia iniziata. L’intervistatrice, un incrocio fra una Lina Sotis e una Barbara Alberti sta torturando un tale che sarà chissà chi (ossia, per esteso, sarà chi te se ‘ncula).

La bestia di Satana, intanto, ancora strepita.

Pago, mi segno la cantina che ha prodotto quel liquame e me la do a gambe, non prima d’aver significato alla gentil operatrice la mia avversione ne’ confronti dell’impotabile frutto della vite, del lavoro dell’uomo, de’ solfiti e dell’anidride carbonica.

Au revoir.

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