Ciao Maestro.

Once upon a time ero un musicista e suonavo spesso, molto spesso, in una struttura importante, nota anche per la cucina (fatto salvo proprio per un bruciapadelle incrociato in quel periodo dove nacque questa splendida pasta, una persona miserabile, arrogante e presuntuosa come non ne ho mai incontrato in trent’anni di onorato lavoro, tra l’altro un cazzone imperiale ai fornelli, con manie di persecuzione oltre il patologico).
Capitava che a fine turno, il sous chef, una brava persona, di quelli che con la fortuna non c’è mai andata a braccetto, inventava una pasta per coloro che rimanevano più tardi, contravvenendo alle disposizioni della Direzione, ma facendoci più che contenti. Ciò che avanzava diventava condimento per la pasta. Questa però è entrata sgomitando nella Storia delle paste ignoranti sì, ma memorabili. Ho voluto trascriverla fedelmente: mi ricorderete, ma vi sconsiglio di mangiarla a cena e di andare subito a letto: non è fatta per questo.

Pasta del Maestro

A persona:

  • 4 scalogni
  • 1 bustina di zucchero (preferibilmente di canna)
  • 75 g ciauscolo
  • 75 g olive nere denocciolate 
  • 125 g pomodori datterini
  • 8 capperi in salamoja
  • 125 g di pasta a scelta (corta sarebbe meglio)
  • sale e pepe q.b.

Soffriggere lo scalogno tagliato finemente in poco burro E olio (pochi, ma entrambi: scalogno chiama sia burro che olio, c’è poco da fare, e questo avrebbe fatto la gioia del bruciapadelle di cui sopra, ‘sto cazzone metteva il burro ovunque, roba da frustate), aggiungere sale così da vetrificare la bulbacea e quando manca poco alla cottura 1 bustina di zucchero, meglio se di canna (questo è un trucchetto geniale). Fare prendere colore e aggiungere i pomodorini tagliati a metà, salare ancora, 5 minuti a fuoco medio coperto, aggiungere le olive tagliate a rondelline e i capperi, altri 4 minuti come sopra e infine il ciauscolo tagliato a dadini.

3 minuti sempre a fuoco medio, poi spostare il coperchio e far sfiatare. 

Cuocere la pasta al dente, lasciare un po’ d’acqua di cottura (ovvio), saltare col condimento, spolverata di prezzemolo fresco (oppure due cucchiaini di pecorino romano, son due correnti che van bene entrambe) e dopo aver finito il piatto, marocchino freschissimo di amico Said per digerire e poi si va a ballare tutta la notte sciao belo, andiamo qui che c’è amico no paga drink

Cronache di un basso di merda.

Importante disclaimer: se sei finito qui è perché non avevo voglia di perdere tempo a spiegare a voce cosa mi abbia portato a chiedere una determinata cifra per questo strumento che non ho mai sinceramente amato. Visto che però ho le mie ragioni, eccome se ce l’ho, le ho volute scrivere qui, perché vorrei che fosse chiaro quanta merda m’ha fatto mangiare questo strumento del cazzo. Ma andiamo con ordine e INIZIAMO!

All’alba del terzo millennio, stremato dai continui commenti in merito al mio Ibanez Soundgear 5 corde legni pregiatissimi di origine remotissima / elettronica attiva / PU di grandissima qualità (leggasi strumento insipido e assolutamente inadeguato a una sala di registrazione professionale) colgo la palla al balzo dando retta al mio batterista: “Fa’ un salto dal Navini a Castiglion Fiorentino: hanno un G&L L2500 (matr. 7104, attestato firmato addirittura da Phyllis Fender, vedova di), a 5 corde a un ottimo prezzo”. Il negozio di strumenti musicali Navini a Castiglion Fiorentino era (è? Non saprei, ora come ora) un’icona, un’istituzione eccetera, fatto sta che vado e offro in permuta quel ceppo da ardere del mio Ibanez. Fatto l’affare (il prezzo m’era parso stranamente ragionevole per un basso nuovo) me ne vado direttamente dal liutaio (il primo liutaio lo chiameremo A, e non sarà il primo, anzi) a fare le sistemazioni di rito come schermatura, eventuale rettifica e via così. Prima badilata: lo strumento non è nuovo. Intendiamoci, è tenuto benissimo, maniacalmente, ma non è nuovo: la fama del Navini non è stata smentita quindi, ma pace. Da cosa lo scopro? Il liutaio A ha schermato personalmente quello che era il basso dell’amico Roberto Ciucca Tiezzi, storico bassista di Pupo. Roberto ha una collezione pazzesca di bassi e il fatto che non avesse tenuto ‘sto G&L avrebbe dovuto insospettirmi, ma tiremm innanz, anche perché c’è un secondo problema: il truss rod non lavora regolarmente, anzi parrebbe proprio non funzionare. Pace: abbassiamo il ponte all’inverosimile e proviamo a suonarci. Così facendo ci suono per molto tempo, ma alla fine la situazione diventa ingestibile e riporto il basso al liutaio A: grazie ai buoni uffici della moglie del liutaio stesso faccio l’intera stagione con un basso di liuteria fatto proprio del liutaio A in attesa che costui me lo ripari. Il liutaio A era (ed è tuttora famoso) per prendersi tempi deliranti per il proprio lavoro, specialmente quando il cliente gli diceva la frase “Non preoccuparti, non ho fretta“. Dopo oltre un anno riprendo il basso al quale aveva fatto il seguente lavoro: per sbloccare il trussrod aveva tagliato i primi 3 tasti della tastiera e l’aveva in qualche modo sbloccato. Non ricordo nemmeno se pagai l’intervento, dopo oltre un anno, ma ripresi il basso e la situazione mi parve migliorata. Pura suggestione: cambio casa e cambio anche liutaio, visto che A si trasferisce in un’altra regione. A pochi km dalla mia casa precedente c’è un altro liutaio, che per comodità chiamerò B, gran capataz di manici, PU ed effetti che, preso il manico mi dice “Il trussrod non funziona: come vuoi fare?“. Bestemmiando, gli dico se è possibile togliere solo la tastiera salvaguardando il manico (sì, lo so, gli ho fatto fare una stronzata capitale, maledizione, non è vero che il cliente ha sempre ragione, specialmente se è un incompetente totale com’era allora il sottoscritto). B acconsente ed effettua l’operazione, mettendo su mia richiesta anche dei dot più piccoli, in abalone, ordinati addirittura da Wilder. Esteticamente il lavoro è (se visto di fronte) fatto benissimo. Vi ricordate il taglio della tastiera effettuato dal liutaio A per sbloccare eccetera? Il liutaio B, cadendo dalle nubi, mi dice di non aver trovato traccia dell’intervento effettuato. Ottimo, penso io tra me e me, sacramentando. Va bene: pago e (questa frase me la ricorderò finché campo, finché avrò l’Alzheimer e sono convinto che anche quando avrò il cervello in pappa, quando mi diranno la frase che segue tirerò un porco di dimensioni apocalittiche) al momento della consegna il liutaio B mi dice: “Ora hai un superbasso!“. Tutto contento me lo porto via e continuo a suonarci, sempre in maniera estremamente poco agevole, ma mo’ sarà una mia impressione, ti pare che ‘sto manico sia così ingestibile? Sì, lo è: decisamente ingestibile.

Su consiglio di un amico fraterno, scopro un giorno che non devo più fare 50 km per andare dal liutaio, anzi: ce n’ho uno a nemmeno venti minuti da dove abito, ma è merDaviglioso! Ecco, chiameremo questo giovanotto Liutaio C (l’ultimo? Sé, lalléro) al quale porto lo strumento che sto suonando sempre meno visto che il mio PRIMO basso l’ho reso nuovamente operativo con un manico completo di meccaniche, decal, trussrod funzionante e quant’altro (pronto da infilare nel corpo similPrecision del mio primo basso, una cineseria ‘sto manico sicuro, ma che suona da spavento) a soli SETTANTA euro (colpo di culo trovato su Mercatino Musicale, e anche su questo c’è da raccontare i TRE tentativi di invio da parte di SDA che non mi trovava perché abito in campagna tre capanne dopo Tarzan) mentre un set nuovo di DiMarzio DP126 l’ho pagato NOVANTA euro (acquistato tramite quello che diventerà l’ultimo liutaio, ossia D), trasformando un Hondo H83 II in un Fenderstein dal suono sorprendente (ci ho registrato in studio e va ch’è una bellezza).

Bene, andiamo dal liutaio C, facciamo conoscenza, mi sembra una persona seria e professionale nonostante la giovane età e gli espongo il caso: non nascondendo la desolazione mi dice che quel trussrod NON FUNZIONA, al di là del lavoro fatto con la tastiera che ha qualche discutibile pecca che noto solamente dopo, ma l’economia dello strumento non ne ha risentito, ad onor del pero (o anche del Piero). Niente, non si muove, non c’è verso. Avrei voglia di bestemmiare e bestemmio, abbondantemente e senza ritegno alcuno. Trecento euro buttati al vento, per un lavoro perfettamente inutile. Il mio G&L rimane parcheggiato lì, in attesa di tempi migliori. Intanto, ad aumentare il costante flusso di bestemmie palesemente contraddittorie scopro che (sedetevi) se avessi inviato il manico alla G&L me l’avrebbero sostituito gratuitamente perché questo era un problema ricorrente nei G&L statunitensi, ossia il trussrod sottodimensionato. Adesso m’attacco al cazzo e cerco (avessi culo una seconda volta, davéro davéro) di nuovo negli usati se trovo un altro manico G&L Made in USA, tanto ormai lo strumento ha irrimediabilmente perso il suo valore. In Calabria (privato su Ebay, diovolesse) trovo e repente mi faccio inviare quest’altro benedetto manico originale (inspiegabilmente senza meccaniche, ma poco importa, le tolgo dall’altro). Manico montato, meccaniche montate non senza qualche difficoltà (la meccanica del SOL è posizionata in maniera differente rispetto all’altro manico, nulla di irrisolvibile, ma restano ‘sti fori dietro alla paletta, ben coperti ma restano) e NEMMENO QUESTO TRUSSROD FUNZIONA. Lo strumento è a un passo dal falò anche perché va detto, il suono di questo G&L è semplicemente mostruoso: definito, potente, preciso, quanto di meglio non possa avere mai suonato. Le pochissime volte che ho avuto la possibilità di farlo suonare in coppia con il mio Ampeg SVT4 made in USA e la sua brava cassa 4×10 anch’essa Ampeg ho goduto come poche volte.

Carissimo liutaio C, gli do fuoco? Dopo alcuni tira e molla (lo vendo, te lo cedo, lo riprendo, lo metti in vendita, lo riprendo, il tutto inframmezzato dal vaffanculo di rito) altra asportazione di tastiera, il palissandro cede il posto a un ebano nerissimo e impenetrabile, di qualità pazzesca. Stavolta il liutaio C fa uno scasso brutale e ci mette un trussrod che trainerebbe un transatlantico, documentando doviziosamente tutto l’intervento effettuato. Eccezionale, il basso suona comodo e nonostante le corde sbagliate (diametro eccessivo) e ormai vetuste, è persino gestibile. Pago un’altra sassata (quasi quattrocento euro) e mi riprendo questo basso che, in realtà non sto suonando più.

THE END

Ma neanche per il cazzo. Pensavate davvero fosse finita?

Poiché ormai il mio primo strumento è la chitarra acustica e avendo necessità di effettuare ulteriori interventi allo strumento e, visto che il liutaio C è sempre più oberato di lavoro (rischiando di fare la fine del liutaio A, celebre per non dire mai di no, salvo riconsegnarti lo strumento alle calende greche), sempre su consiglio di amico professionista, vengo direzionato da quello che chiamerò, ovviamente, liutaio D. Finora il migliore: onesto e leale, disponibile quando possibile e pronto a dirti di NO se impossibilitato ad operare.
Avendomi fatto un ottimo lavoro sulla chitarra acustica (iniziato, per correttezza, dal liutaio C, un lavoro davvero ben fatto che ha fatto sì che la mia chitarra acustica suonasse e avesse un’action di una comodità mai vista) ho ritenuto opportuno portargli il basso per dare una sistemata, visto che dovevo registrare alcune parti in studio. “Ma i tasti sono storti” se n’uscì il liutaio D. Persino Satana s’era spaventato di fronte a una simile giaculatoria partorita dalla mia bocca: “Ma che cazzo dici? Come: STORTI?!“. I tasti di uno strumento dovrebbero essere ortogonali alla bisettrice della tastiera. Così non è: se uno guarda con attenzione lo strumento di fronte, la cosa si nota, pur non inficiando l’intonazione. Del trussrod non si è nemmeno parlato visto che, a quanto pare l’action non s’è mossa di un millimetro, ma la tentazione e il terrore di vedere se funziona o meno sono più che presenti.
Chiaramente lo strumento giace nella sua bella custodia originale da almeno un anno e mezzo, con la batteria (a mia memoria) ancora collegata. Spero sia una di quelle con il sistema di ritenuta (Duracell o Energizer) altrimenti sarà andato in vacca persino l’impianto elettrico, unica cosa degna di nota di quel basso di merda che è questo G&L L2500 Made in USA matr. 7104.

Racconto di fantasia

Un appunto in agenda, aperitivo al *** alle ore 18. Bravo, un appuntamento segnato, questo sì che significa essere precisi. Il fatto è che non ho segnato con chi avevo ‘st’appuntamento, e quindi? Non un nome, un numero di telefono, il nulla. Solo l’orario. Un po’ poco, no? Preciso ‘sto cazzo. Quindi ci vado lo stesso, ottimo: il posto è uno di quelli dove l’andarci di proposito è detestabile a priori, a voler essere gentili. Piove eccezionalmente che Dio la manda, quindi io mi siedo dentro in un tavolo che s’è preso una sporta d’acqua che mezza basta e la sedia idem, asciugati alla bell’e meglio da una dello staff, col tavolo che, fradicio, profuma d’impregnante e la sedia che mi si sarà tatuata sul culo, disegnando un simpatico motivo sui miei jeans. Piove ancora di più e l’uscita da questo posto decisamente fighetto wannabe (che orribile coppia di lemmi, però funziona, come NON disse Machiavelli, non l’ha mai detto, è una leggenda metropolitana: “Il fine giustifica i mezzi”, un posto degno del mio paesone che m’ospita) sarà un’impresa degna di Noè. Probabilmente sto aspettando ‘sto cazzo, ma transeat: non ho nemmeno un ombrello con me, quindi buon viso a cattivissima sorte.

Stanno per intervistare qualcuno, oh cielo, un VIP, qualcuno senza dubbio importantissimo, me cojoni, e io non ne sapevo nulla, io sono addirittura in sandali, quanta mala creanza. Penso che me la darò a gambe prima che inizi il rito mediatico. Accanto a me due coppie: due amiche (notevoli) che parlano di non so cosa, ché la mia sordità incipiente ovatta tutto e dietro di me due tizi di cui al punto in precedenza. Mi portano una Ribolla Gialla gassata (attenzione, bedabèda bubi, non vinificata chissà come, gassata come certi vini rabbiosi da circolo ACLI) pressoché imbevibile e un pacchetto di patatine da 30 g unte e bisunte, però confezionate che Sua Maestà il Morbo Odierno non transige. Dietro ancora una famigliola con tre (quattro) infanti, di cui uno bestia di Satana che non fa altro che strepitare.

Ha smesso di piovere, dioguardi: me la do a gambe, nonostante l’intervista sia iniziata. L’intervistatrice, un incrocio fra una Lina Sotis e una Barbara Alberti sta torturando un tale che sarà chissà chi (ossia, per esteso, sarà chi te se ‘ncula).

La bestia di Satana, intanto, ancora strepita.

Pago, mi segno la cantina che ha prodotto quel liquame e me la do a gambe, non prima d’aver significato alla gentil operatrice la mia avversione ne’ confronti dell’impotabile frutto della vite, del lavoro dell’uomo, de’ solfiti e dell’anidride carbonica.

Au revoir.

Pace&Prete part II (e non sarà l’ultima)

Suono ad un evento e mi si palesa l’ex curato (ex perché è stato esautorato de’ proprî compiti per raggiunti limiti di età) del mio paese che (capirete poi perché) non mi vedeva da almeno vent’anni che, di punto in bianco, mentre stavo cantando, mi si piazza dietro (eh, old habits die hard, neh?) e mi dice, serio come la merda: “Ma ancora non hai smesso di fare questo lavoro?” durante una pausa strumentale del brano che sto eseguendo.
L’intelligenza, la fortuna, il buonsenso mi ha fatto rispondere mentre riprendevo a cantare: “Perché? Mi diverto tanto!”, riprendendo immediatamente a cantare.
Invece no, mi rendo conto d’aver sbagliato.
Avrei dovuto rispondere in maniera consona a un membro di quelle che altro non è che un “concistoro di fave mosce imputridite dall’astinenza” (una memorabile ed eterna citazione dell’architetto Giorgio Marchetti, che mi manca e manca), e avrei dovuto dire: “E te non hai finito di rompere i coglioni con gli amici immaginarî? Ne’ paesi civili a quelli come te gli danno il TSO”.
Dio cane.
Però dopotutto ci tenevano tanto a battezzare il figlio per mano sua, visto che aveva celebrato questo e quel rito. Miserabile d’un prete di merda.

Un nuovo verismo, più sangue e merda però.

Se mai ci sia stato un periodo divertente delle lezioni di italiano, quello è legato indissolubilmente alla corrente letteraria del verismo: per quel che mi riguarda non c’è nulla di peggio, di più sopravvalutato, di più disgustoso del verismo. Secchiate, tir, transatlantici colmi di merda, termine onnicomprensivo che racchiude in sé sventura, eventi nefasti, funesti e di destini tristi manifesti. Se qualcosa poteva andar male nei libri degli autori veristi questo andava peggio, una catastrofe insormontabile, morti, feriti, situazioni economiche da suicidi, un bagno di sangue granguignolesco, un verificarsi continuo di eventi terrificanti e giù a battersi il petto o clemente, o pia, piglialo ‘n culo e portal’ via.

Persino Luigi Pirandello, partito dal verismo (se ben ricordo) trova una luce di speranza in una novella come “Ciàula scopre la luna”, Pirandello, l’autore di capolavori come “Il fu Mattia Pascal”, “L’uomo dal fiore in bocca” e via così. L’autore girgentano ha quindi ben poco a che spartire con l’ennesimo figlio della raggiante Catania, che tanto ha dato all’arti, lo scrittore di tomi poderosissimi come “Storia di una capinera”, la storia di una monaca in crisi di vocazione (così si dice?) che però nulla, resta monaca e sofferente o “Mastro Don Gesualdo” un cafone arricchito schifato da ricchi e poveri (sarà perché ti odio?) appartenenti tutti al ciclo dei vinti, degli sconfitti dalla vita, legnate sui coglioni fonte di ispirazione motivazionale al suicidio.

Il mio sogno però era un altro: parodiare il capolavoro del Verga. Sì, quel libro lì. Ora, a me ‘sto cognome m’ha sempre fatto sorridere perché Salvatore Verga era un amico di famiglia siciliano di mio padre, guardiacaccia – quarant’anni fa c’erano i guardiacaccia – e con noi bambini era sempre con un sorriso e una finta burberia (se mai si possa dire così). Pertanto abbinare questo cognome a quel mattone cupo come I Malavoglia m’ha sempre suonato strano, bizzarro.

Quando a scuola la professoressa Giovanna Manca (sarda come me, che porto nel cuore, mente geniale e assai rimpianta, se riesco ancora a mettere due parole di senso compiuto in fila e a dar loro un pur primitivo significato lo devo anche a lei) ci fece conoscere ‘sto masso rimasi di sasso: capisco, è un romanzo, e l’importanza del verismo qui, e le corrispondenti correnti artistiche lì, e il periodo storico, e via così. Sta di fatto che ‘sto Padron ‘Ntoni, il giovane ‘Ntoni, la Longa, la Locca, Brasi Cipolla mi sembrava un teatrino di disperati di fattura unica. L’arma della parodia mi sembrava l’unica difesa, pertanto.

Ora, nel 1992 scopro il fogliaccio livornese che risponde al nome de Il Vernacoliere e lì vi scoprii una tra le penne più geniali in Italia e non solo, vale a dire il Maestro Federico Maria Sardelli: individuo semplicemente geniale, un artista follemente completo, solo per citare qualcosa direttore d’orchestra (eccellente flautista), il vivaldiano più importante d’Europa, candidato a due Grammy Award per la musica sinfonica nel 1997 e nel 2000, pittore (anche acquafortista, se la memoria non m’inganna), autore e vignettista, colonna portante di un Vernacoliere molto cambiato e che ora non seguo più.
Federico Maria Sardelli è anche autore di diversi libri, ora seri, serissimi (il suo “L’affare Vivaldi” edito da Sellerio Editore è davvero notevole) ora leggeri (lui direbbe “cretini” sminuendone la potenza, la qualità, l’estro) come i suoi libri sulle “Proesie”, poesie surreali e ovviamente esilaranti e (ecco l’oggetto del contendere) il suo tomo che più m’interessa, ossia “Il libro Cuore (forse)”, strepitosa parodia senza pari del romanzo “Cuore” di Edmondo de Amicis, quest’ultimo stucchevole libello colmo oltre ogni misura di buoni sentimenti, roba da diabete fulminante.

Ecco, il mio sogno era questo: parodiare fotogramma per fotogramma, azione per azione o come si dice al cinema fare un remake shot-for-shot in chiave totalmente parodistica de “I Malavoglia” e intitolarlo poderosamente “I Mmerda”, con la doppia M, a denotare quanta sventura ci potessero avere ‘sta famiglia che io avrei ribattezzato i Molisano, proprio perché il Molis’nt.

Bianco Natal, vo a vomitar…

Da ascoltare con in sottofondo “I like Chopin” di Gazebo.

* * *

Il mio lavoro mi piace, mi piace molto, no ‘l niego, mi permette di conoscere gente, persone, luoghi, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, e via così; l’esperienza dell’altra sera però in tutta sincerità mi ha particolarmente colpito. E non per aver mangiato in modo clamorosamente disgustoso (saranno vent’anni che non mangiavo così male a un evento, ma male), ma quanto per essere ritornato negli anni ’80 in poco più di un istante, come se avessi valicato uno stargate e non me ne fossi accorto.

Una delle tante cene aziendali (evito i dettagli, non servono, non aggiungono nulla), ci comunicano il luogo, luogo che io conoscevo per essere presente nella nostra realtà da quasi sessant’anni, ma ignoravo sinceramente che all’interno della struttura stessa ci fosse un ristorante, oh beh, nessun problema.

Arriviamo a montare, come s’usa dire, l’impianto, strumenti e tutto il resto e una volta valicato l’ingresso mi rendo conto che già mi sembrava di essere sul set del film “Vacanze di Natale”, il primo episodio, senza se e senza ma: non vedevo certi arredi né tantomeno certi dettagli (veramente!) da quando ho iniziato questo lavoro, come l’appendiabiti in legno tipo baita di montagna sopra Courmayeur, i segnaposto con su scritto “riservato” in plexiglas colorato, verde o blé, veramente una chicca di quelle storiche; mancavano i posacenere in metallo della Yoga, anzi no, della Massalombarda sui tavoli e il dispenser dei tovagliolini dei gelati Stocchi.

Mi aspettavo sinceramente che a un certo punto uscisse Calogero Calà detto Jerry cantando “Maracaibo mare forza nove” alla guida di una conga scatenata, con i milanès, i torpigna e i romani di Roma nord a salire al piano di sopra a svegliare gli ospiti dei quali vi parlerò più avanti.

In un muro c’era addirittura ancora una presa di corrente di quelle che la BTicino aveva chiamato “Magic” (erano un tentativo di creazione di un nuovo standard che faceva leva sulla sicurezza anche e soprattutto a prova di bimbo): parliamo veramente della prima metà degli anni ‘80. Le aveva in casa il mio collega, prese che fece togliere all’incirca nell’86. Il titolare di questa perlomeno discutibile struttura era ed è quanto di più remoto possa essere attinente alla gestione di un locale aperto al pubblico, ma dopo tutto lo capisco: quando fai questo mestiere per quasi cinquant’anni è fisiologico che ti stia sul cazzo tutto il Creato e che la tua misantropia raggiunga livelli non misurabili nemmeno dall’Istituto dei Pesi e delle Misure, ma a un certo punto molla il colpo e vattene. Sulla bieca codardia di quest’ultimo poi parlerò più avanti, ma andiamo oltre: brigata di sala costituita da due cameriere, una finto/simpatica assolutamente e decisamente indigena, ma in realtà maleducata e scontrosa come la merda, l’altra decisamente con un più basso profilo, una ragazza dell’Est Europa assai più educata (mentre stavamo ricaricando in auto impianto e strumenti – gli ospiti erano andati via da almeno mezz’ora – chiaramente non riuscivamo a chiudere le porte avendo entrambe le mani impegnate, pur cercando di fare prima possibile. Questa ragade, pensando che non la sentissimo ci apostrofa ad alta voce con “Ma guarda tu ‘sti finocchi, la porta…”, peccato in quel preciso istante collega rientrasse e, colpo di classe, se n’uscisse con un: “Grazie, eh!”, al che la merdosa, avendo pestato una sua simile se n’uscisse con dire (e fare) da geco: “Ah no, ma io dicevo gli ospiti di prima”, ma dai, ‘sta punta di cazzo: io invece pensavo che parlassi di quella infelice di tua madre capace di compiere l’errore primo d’averti messa al mondo, anvédi alle volte.

Ma andiamo col menù, degno del miglior Cerea, ma che dico, Alajmo (due nomi a caso): maestoso e ricco aperitivo consistente in noccioline, patatine, Yonkers (un grande classico) e i Cheesy Poofz di Cartman come nemmeno al dopolavoro ferroviario di Indicatore. Da bere, ovviamente, due cartoni di Dom Pérignon fatto col bicarbonato. In Gastroenterologia sta già diventando argomento di studio per la prossima pubblicazione su The Lancet.

Come antipasto l’unica cosa che strappa un cinque di stima, dato da ‘l capocollo, la coppa di testa, la torta ‘nchi cìcc’li (una simpatica focaccia umbra con i ciccioli di majale, una cosa macrobiotica), una caciotta indefinita (quelle che anche al Lidl te le vendono sottobanco) e un gorgonzega® (gorgonzola una sega, citando un mio ottimo amico) con le pregiate confetture delle vaschette Hero che te le danno o all’ospedale o negli alberghi del medesimo livello tipo chessò, pensione Miramonti a Marotta.

Menzione d’onore per il coccetto caldo di polenta col sugo, sugo sospetto schivato come il pericoloso bombardamento di uno stormo di piccioni incazzati che ti ha scambiato per l’assessore all’ecologia. La polenta omnia vincit, come l’amor, riempie, costa poco e fa tanto baita di montagna, ariècco Jerry Calà con la conga, spostatevi un attimo, così poi posso andare avanti.

Ma ora basta cazzate, ecco ‘l cimento, disse Orfeo di fronte alle porte di Dite, ecco il primo primo: i tortellini in brodo. Spendo più di due parole, che volete, son fatto così: vi ricordate quando arrivarono in Italia i primi discount? Lasciate perdere Aldi, Lidl e compagnia bella: i primissimi discount sembravano usciti dal telefilm “Amerika”, con i cartoni buttati là, due commessi, luci fredde al neon e quell’atmosfera che nemmeno Bioshock, t’aspettavi uscisse a momenti un ricombinante. Bene: sul piatto c’erano quei tortellini, quelli che acquistavi al Sosty (il primo discount che arrivò a Perugia, e la marca, falsa come una banconota da due euro e mezzo, fintamente artigianale, hipster ante litteram, il marchio dicevo era Mastro Leandro, ribadisco falso come Giuda). Com’erano ‘sti cosi ripieni? In primis, tutti clamorosamente uguali, con la pasta sottile e stracotta, d’un bianco livido che sapeva di trapasso repentino e il ripieno, c’era sì il ripieno, ma poteva essere di carne, prosciutto, ricotta e spinaci, morte, pregiudizi, ‘sti poveri tortellini disperati cotti, ma che dico, scotti che avrebbero fatto la gioia di Jabba Desilijic Tiure, in un brodo di carne indefinita, scialacquito (suona bene ‘st’anacoluto, o neologismo? Boh) eppur rabbioso di sale, di un trasparente la cui immagine riflette su un discorso che non smette. Ne abbiamo mangiati forse quattro a testa, coprendoli con abbondante formaggio grattugiato (Parmigiano Reggiano? Grana Padano? Pamigo Bayernland? Al NAS l’ardua sentenza).

Il secondo primo! Immancabili in queste terre: ovviamente “I tajatelli“, in italiano le tagliatelle al sugo di carne (a proposito del sugo di carne ebbe a dirmi il figlio di un ristoratore storico – che non c’è più – delle mie parti: “Non chiamarlo ragù: il ragù è un’altra cosa”, lui che faceva un ragù che era celestiale ma si scherniva perché – diceva lui – solo i bolognesi lo sanno fare, noi facciamo il sugo di carne), piatto che ho accuratamente evitato, memore del sugo di carne di certi ristoratori canaglia che ci mettono Dio solo sa cosa dentro.

Ovviamente, che cazzo te ‘l dico a fa’, lo secondo, l’immancabile ròsbiffe®, o qualcosa di simile a fette, con erba (di casa mia) e patate al forno. Evitato anche quello, grazie, sto ‘na crema così, te pare e che te pare.

I vini, dimenticavo: due basi, bianco e rosso di una cantina vicina. Senza infamia e senza lode, ma tanto poco sarebbe cambiato.

I dolci, il carrello dei dolci, e che non chiudiamo toda joia toda beleza, il tripudio, il trionfo, ullallà, me cojoni, evvualà® il panettone di chissà quale forno (crematorio) a chiudere e, incredibilmente, come nei peggiori film che celano almeno una scena presentabile, un caffè più che decente e addirittura l’amaro Nonino oltre all’immancabile fiasco di limoncello fatto in casa, de chi ‘n se sa, limoncello a base di metanolo ma sicuramente ‘o metanolo ‘e Surriento che ispirò il grande Lucio Dalla: “Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, con questa intossicazione co’ ‘o metanolo de Surriento”.

Veniamo al titolare tanghero che non ha nemmeno avuto il coraggio di dire a noi nulla in merito al volume “perché di sopra ci sono le camere, chiaro?! Chiamo la SIAE!” al che m’è scappata comprensibilmente una risata, perché c’entrava come i cavoli all’Eucaristia, come se la SIAE ci multasse per il volume alto, geniale, mo’ je dàmo pure questa e siamo a posto. L’organizzatore della festa, un nostro ottimo e spassoso amico che ci diceva: “Alzate! Alzate il volume!” con ‘st’ometto unto, mezzo pelato e col baffetto da piglianculo d’ordinanza che ci ronzava intorno come un tafano fa col culo dei purosangue rendeva il tutto più complicato ma senz’altro più divertente. Di non trascurabile rilevanza il fatto che questo paramecio coi baffi non aveva detto nulla al committente proprio per non perdere il banchetto (e durante l’anno pranzi e cene organizzate proprio dal suddetto committente – nostro amico – in quel cassonetto indifferenziato o sedicente ristorante s’erano sprecate, alla faccia della gratitudine o dell’intelligenza, doti certo assenti in quel tapino)

Importante: le camere al piano di sopra (così vi do un indizio che restringe clamorosamente il cerchio, ma non scriverò il nome direttamente nemmeno sotto tortura) non è che fossero occupate da famiglie, turisti, agenti di commercio o cos’altro, ma da coppie “illecite” o peggio ancora “immorali” insomma, degli sporcaccioni dediti al gran sesso ai quali probabilmente Vasco Rossi turbava l’agone del talamo, ma io credo anche no. Se io me ne sto al piano di sopra con un’occasionale ospite non esattamente a fare rebvs e crucibérva ci può essere persino la remotissima possibilità che m’importi una sega (absit iniuria verbis) del baccano al piano di sotto. Tra l’altro, a chiudere, la brigata che allietavamo era spassosamente caciarona, com’è legittimo che fosse ma niente di chissà quanto insopportabile.

I’m dreamin’ of a white Christmas…

A mo’ di promemoria

Importante, ma che dico, importantissimo: poiché la mia condotta scellerata mi sta accorciando la vita alcune importanti precisazioni che spero vengano lette in quel preciso frangente, ossia successivamente alla mia morte:

  • niente sepoltura ma solo cremazione in bara di cartone atta alla stessa. Niente legno, ché se va consegnato a frate fòco gli importa una sega di questo o quel mogano. Tenete l’urna in garage e, quando potrete, disperdete le ceneri in mare, nel Tirreno. Da qualche parte approderò e potrò finalmente riposare;
  • niente manifesti: costano, inquinano, ingombrano, sono inutili, in una parola. Risparmiamo, perdio;
  • nessun rito né civile né religioso: soprattutto nessuna omelia da nessun prete. Ne ho sentite troppe di ributtanti stronzate vomitate da cialtroni infimi con i quali non ho condiviso un bencreato cazzo. Quindi guai a voi;
  • nessun evento a ricordarmi, non v’azzardate. Son morto, silenzio. Cerimonie, brindisi, amenità del cazzo che da morto non sentirò mai. Tenetevele per voi;
  • bruciate con me il mio basso 4 corde e la mia chitarra acustica Cort in legno chiaro, con custodie e tutto. Il resto (specialmente il maledetto 5 corde) rivendetelo e con quei quattro spiccioli andate a puttane, che ve divertite de più.

E questo è quanto.

 

Siamo tutti interessanti, in un modo o nell’altro

Sabato 8 dicembre, con l’atmosfera del magico Natale (il quale, grazie ad un’irripetibile alchimia, passerò finalmente da solo, a non celebrare una festività che andrebbe bandita e proibita a chi ha più di sei anni) mi ritrovo per mera casualità a transitare per una pasticceria romita dalla mia residenza, con la scusa di andare a trovare V., deliziosa cinquantenne dall’insolito accento per queste lande misere. Trovo la pasticceria insolitamente aperta (non prima di vedermi sottrarre il comodo parcheggio davanti all’ingresso dalla solita mammina iperattiva del cazzo, metafora onnipresente della mia vita in auto) ed entro: trovo V. e la mammina del cazzo che solo un caffè perché vado di fretta, ma che cazzo te córi, capace domani te sveji all’àrberi pizzuti. Aspetto che la splendida si tolga dal cazzo e m’intrattengo con V. e i suoi buffi occhiali da ipermetrope che le danno ancor di più un’aria da Alice nel paese di chissà quali bizzarre meraviglie. Mi chiede come mai non fossi più passato e lì a spiegarle della mia convivenza finita dopo undici anni e via e via, dell’anno appena trascorso andato benissimo dal punto di vista lavorativo e via così. 

Come avrebbe detto Giorgio Montanini, a V. je se apre ‘na cazzo de valvola e lì mi racconta una di quelle storie che scànsati: undici anni anche lei trascorsi appresso a un divorziato con un figlio (figlia? Non rilevante), mammone di merda che exige la comida quando torna stanco dal lavoro – porèllo – per tutti i giorni che l’Onnipotente manda in terra, che non ha mai scucito un centesimo per una vacanza e che ha la barca a Punta Ala però braccino corto la merda quindi si va in vacanza a Punta Ala a’ purciaro. The best is yet to come, però: lui a maggio le fa lasciare casa e un lavoro (ovviamente contratto a tempo indeterminato) venticinquennale e da Arezzo la fa venire a Perugia e a ottobre la scarica perché (tipico di noi uomini) ovviamente ha un’altra. 

Mi cadono le braccia e da uomo mi vergogno: trovarsi in una città che odi e che cameratescamente ricambia per colpa di un maestoso e imponente stronzo, beh, non è davvero il massimo. 

La mobilità (e ‘r budello di tu’ ma’)

Quando sarò morto magari qualcuno si prenderà la briga persino di leggere questo blog che aggiorno solo ora dopo mesi e mesi di pigrizia, inattività, frenesia legata a Twitter, sicuramente più spassoso, costruttivo e intelligente di quella merda di Facebook, popolato solo da minus habens che blaterano di politica, scie chimiche, complotti e quant’altro gli possa consentire quell’unico e solitario neurone che deve sorbirsi sia le funzioni primarie che tutto il resto oh ma mica posso fa’ tutto io! 

Ebbene, sono rientrato a scrivere qui perché mi son visto superare (non ricordo dov’io fossi ché ero assorto ma soprattutto stavo andando particolarmente piano con la mia Zafira) da un vecchio scatanfrone a gasolio visibilmente riverniciato: trattavasi di un vecchio autobus con targa TR di quella che era la vecchia compagnia di autobus che serviva la provincia di Terni con alcune fermate nell’odiata provincia limitrofa (Perugia), ossia l’ATC, che con ASP (quella di Perugia) e LFI (quella della bassa Toscana) serviva la mia zona (vivo tuttora in una zona dove in un quarto d’ora di auto cambi provincia – Terni – o addirittura regione – Siena – e quindi siamo un ideale e simpatico crocevia – ma anche coacervo – di dialetti).

Altro che Setra, MAN, Volvo o altre aziende che producono autobus avveniristici: a’ tempi delle mie scuole superiori io ricordo Renault (un modello si chiamava F1, poi capirete perché mi rimase impresso), Menarini (370 aspirato e 370 Turbo, ricordatevi anche di questo), Tomassini, massì anche i modernissimi (per l’epoca) Volvo B10M, Kässbohrer, Iveco e altri marchi storici di aziende confluite qua e là, fallite o altro. E chi c’era alla guida di questi autobus una volta blu (e non grigio pirla come gli autobus di Umbria Mobilità ora Trenitalia, e chissà come cazzo si chiameranno l’anno prossimo), con cambio manuale e alimentazione diesel? Loro: GLI AUTISTI, ovviamente. Gente d’ogni sorta, d’ogni risma, fenomeni tutti rigorosamente di sesso maschile, ché la parità sarebbe arrivata nel millennio successivo, come se per emanciparsi si debba fare necessariamente un mestiere simile che abbrutirebbe chiunque.

Gli autisti: gli ignoranti, odiosi, invisi, tristi (quelli erano i giornalisti, d’accordo, questa perla la lessi su un Guerin Sportivo nel 1985 e non ricordo chi la scrisse, ma fu memorabile). Non ricordo nessuno di loro che non avesse una tresca, un affaire con qualcuna, madre e moglie, o anche studentessa minorenne (son lontani quei tempi, ora si finirebbe alla gogna, e lo stupro, la condizione della donna, quando c’era una condiscendenza reciproca e una leggerezza che lèvati). Qualche eccezione ci sarà sicuramente stata ma non ne ho davvero memoria e comunque erano da studio, roba che un Sir David Frederick Attenborough qualunque ne farebbe un documentario alla BBC da vincere il Pulitzer in men che non si dica.

Ricordo tutti i nomi (tranne di uno, del quale ricordo solo il cognome, di un altro che ricordo solo l’infinita ignoranza, maleducazione, cafonaggine, roba da infilargli la testa nel cesso colmo di diarrea seduta stante e di un altro ancora con il nome che oggi definiremmo un meme vivente). Erano coloro che ci portavano a scuola e lo facevano ogniuno a suo modo. Da chi iniziare? A caso.

Remo: personaggio d’una simpatia unica, baffetto da poliziottesco anni ’70 (i RayBan completavano il look da commissario di Polizia), pelata, fisico minuto e voglia di fica che scànsate, la buttava sulla simpatia e aveva un discreto successo. Si distingueva sempre per calma e battuta pronte un po’ con tutti. Stile di guida standard, niente di folle o pericoloso. Non ricordo nulla di particolare in merito.

Massimo: ce n’erano due e questo (niente baffi, moro anche lui) non aveva davvero un bel carattere, anzi, proprio col cazzo. Fumino, incazzoso, irascibile, forma fisica nella media, occhiali (insolito, ricordo solo lui) e capello con la riga. Altrettanto affamato ma decisamente meno d’impatto, povero cocco. Memorabile un dirottamento da lui stesso operato al parcheggio degli autobus a Pian di Massiano, Perugia con venti studenti che intonavano i cori della A.S. Roma (lo facevamo facevano spesso) e con lui paonazzo di rabbia che aveva chiamato la Polizia Stradale. Ora sarebbero tutti in carcere o da Barbara d’Urso, e non so cosa possa essere peggio.

Massimo: altro Massimo, altra corsa. Parzialmente calvo, baffo impomatato da sottufficiale prussiano, hipster ante litteram, occhi azzurri e clamorosamente rosso, scozzese a voler dire. Massimo era un tipo singolare: lo ricordo sposato con una brasiliana e due figlie piccoline delle quali le signore delle prime file dell’autobus parlavano estasiate. Guida regolare anche lui.

Italo: fratello di Bruno (vedi), capello ordinatissimo, baffo sottile e condotta di guida abbastanza regolare. Un filo più spedito dei precedenti, sicuramente ricordato con piacere dal popolo dell’autobus come persona assai a modo.

Bruno: fratello di Italo (ovvio), un filo più tarchiato, baffo importante e burbero a sufficienza. Una mattina che limonavo allegramente con la mia fidanzatina dell’epoca tuonò dal posto guida: “Togli quei piedi dal sedile”. Fui un fulmine. “ANCHE TE” rivolto a una graziosa ragazzina sul fondo che stava facendo la stessa cosa con il suo moroso. La ragazzina divenne paonazza. Ce credo: ERA SUA FIGLIA. A lui riconosco di aver avuto per le mani una meraviglia di ragazza, mio sogno erotico, pornografico, Pornhub per decenni. Bravo Bruno.

Alberto: qui andiamo su uno stand up comedian mancato, un esilarante Alberto con una guida champagne che intratteneva le varie donnine (da noi le donnine non hanno nulla di licenzioso, ma sono solamente le signore di una certa età) con battutacce grevi che strappavano risate e Uh Alberto, che matto e via così. Agricoltore per passione era soprannominato Pollarolo (colui che alleva i polli). Quando mia madre gli chiese qual era l’ultima fermata lui rispose: “Da Peppino, signora”. Mia madre non colse: “Peppino chi?”, e Alberto: “Garibaldi!” parlando della statua di fronte al capolinea. Riuscì a far ridere anche mia madre. Grande Alberto.

E adesso si fa sul serio, ma seriamente sul serio, ché quando bisogna essere seri, bisogna veramente esserlo.

Mario: Santa Madonna, se di cognome fai Rossi e ti chiami Mario, cosa ti avrà mai riservato il destino? Quando salivamo sull’autobus il “Oh no” era unanime: sapevamo che avremmo dovuto firmare e far firmare il ritardo al preside o chi ne avrebbe fatto le veci. Va’ a spiegare che quella mattina Mario era di turno, ma chi è questo Mario? Basso come me, naso aquilino, faccia da Mario, un qualunque Mario ordinario. E andava piano, Mario, Santa Madonna, per carità: anche il tachigrafo con lui s’addormentava, il sonno del giusto, porèllo. E noi andavamo verso il nostro destino, sì, ma lentamente.

B.: non ricordo il nome ma non posso mettere il cognome. Guidare di merda è un talento col quale si nasce: d’accordo, si può peggiorare ma quando sei un disadattato di tuo tutto scorre fluentemente. Intendiamoci, B. non guidava male: guidava peggio. Distratto, gnitànto andava lungo sulle fermate ma soprattutto, cristomadonna, aveva un difetto che avrebbe ammazzato la pazienza di Giobbe e la fortezza del vecchio Eleazaro: questo qui guidava col piede sull’acceleratore, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, IL TUTTO PER OLTRE UN’ORA DI TRAGITTO. Non so quanta gente sia finita in terapia.

Appendice su B. (questa mi è stata raccontata e non garantisco): B. alla guida che sta pensando a Kant, o al prodotto interno lordo del Suriname, o alla fica, o al Perugia calcio, chissà a cosa, mentre finisce contromano e un grosso TIR gli suona e lampeggia con l’autista che gli fa il più italiano dei gesti ossia le cinque dita unite verso l’alto a formare un arancino e con mossa di polso all’unisono ma che cazzo fai?! B. allargò le braccia rientrando in corsia, è la vita, peccato che non ricordava di stare a bordo della sua Fiat 500 e non di un autobus. Sic transit (Ford) gloria mvndi.

Fernando: la notte di Natale noi aspettavamo i giocattoli trepidanti, convinti che sì, avevamo fatto i discoli, ma dopotutto vuoi che Babbo Natale non ti porti quella moto, quell’automobilina, questo o quel balocco? Fernando quella notte non chiuse occhio: l’ASP aveva acquistato due Renault GranTurismo F1, sovralimentati, bellissimi, uno blu e uno addirittura bianco, come nemmeno Don Johnson in Miami Vice e la mattina presto sarebbe andato lui personalmente a ritirare quello blu e a farlo entrare in servizio di linea. Era lui il primo a guidare i mezzi nuovi, lo ius primæ noctis gli spettava di diritto, o anche no, ma non aveva importanza. Staccava dal lavoro e risaliva sul camion: non era lavoro, no, era una stramaledetta passione. Fernando era così, una brava persona, ma come cantava Francesco Baccini e la mia auto è quasi nuova, io viaggio solo con il TIR.

L’anonimo: giuro sulla testa di ‘sto coglione che non ricordo il suo nome. Solo tre cose: saltava le fermate se a suo modo di vedere l’autobus era troppo pieno, non rallentava nelle strettoie (ricordo io personalmente gli specchietti del suo e dell’altro autobus andare in frantumi perché non rallenti tu? Io col cazzo che rallento, bastardo, tanto pagavamo noi utenti) ma (la migliore) non faceva entrare nessuno nella propria corsia. Ricordo che rifilò una sportellata in zona stazione a un’auto che non riuscì a sorpassarlo. Una bestia: non ricordo come cazzo avesse potuto diventare autista, ‘sto pericoloso stronzo.

Gosti: siamo sul podio, signore e signori, non ce n’è per nessuno. E quando dico nessuno intendo veramente NESSUNO. Qui non parliamo di un autista qualunque di un mezzo qualunque, NO: qui parliamo di un pilota. Gosti con l’autobus era Daisuke Umon alla guida di Grendizer, Tetsuya Tsurugi alla guida di Mazinger ma detto così è riduttivo. Lui era Hiroshi, Hiroshi Shiba e l’autobus era il Jeeg: una volta lanciati i componenti non c’era nulla che poteva sconfiggerlo. Memorabile una partenza dal paese alle 07:20: per arrivare a Perugia centro, in auto e con poco traffico si poteva sperare di arrivare cinque alle otto. Gosti parcheggiò al capolinea alle 07:50, aprendo le porte. Ci fu il boato generale, l’applauso, l’apoteosi: non aveva saltato un cazzo di fermata e non aveva lasciato a piedi nessuno. Era il nostro Robert Neville, ERA LEGGENDA.

Appendice su G. (questa mi è stata raccontata e non garantisco): festa de L’Unità, Modena, Bologna, non ricordo. Gosti era alla guida del Menarini 370 Turbo (e questo me lo ricordo io) targato PG 504007 e in autostrada toccò i 150 km/h. I cori da stadio nell’autobus coprivano il rombo furioso del motore che cantava come un Pavarotti in stato di grazia: il resto è storia.

San Martino (e tu’ ma’)

La nebbia agl’irti colli

piovigginando sale

chi c’è là sulle scale

‘r budello di tu’ ma’

ma per le vie del borgo

tra ‘l ribollir dei tini

chi c’è dentro a’ casini

‘r budello di tu’ ma’

gira sui ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando

chi viene qui cantando

‘r budello di tu’ ma’

 tra le rossastre nubi

stormi di uccelli neri

l’ha presi tutti ieri

‘r budello di tu’ ma’.

 

Giampaolo Leopardi, 1813 (forse)