Bianco Natal, vo a vomitar…

Da ascoltare con in sottofondo “I like Chopin” di Gazebo.

* * *

Il mio lavoro mi piace, mi piace molto, no ‘l niego, mi permette di conoscere gente, persone, luoghi, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, e via così; l’esperienza dell’altra sera però in tutta sincerità mi ha particolarmente colpito. E non per aver mangiato in modo clamorosamente disgustoso (saranno vent’anni che non mangiavo così male a un evento, ma male), ma quanto per essere ritornato negli anni ’80 in poco più di un istante, come se avessi valicato uno stargate e non me ne fossi accorto.

Una delle tante cene aziendali (evito i dettagli, non servono, non aggiungono nulla), ci comunicano il luogo, luogo che io conoscevo per essere presente nella nostra realtà da quasi sessant’anni, ma ignoravo sinceramente che all’interno della struttura stessa ci fosse un ristorante, oh beh, nessun problema.

Arriviamo a montare, come s’usa dire, l’impianto, strumenti e tutto il resto e una volta valicato l’ingresso mi rendo conto che già mi sembrava di essere sul set del film “Vacanze di Natale”, il primo episodio, senza se e senza ma: non vedevo certi arredi né tantomeno certi dettagli (veramente!) da quando ho iniziato questo lavoro, come l’appendiabiti in legno tipo baita di montagna sopra Courmayeur, i segnaposto con su scritto “riservato” in plexiglas colorato, verde o blé, veramente una chicca di quelle storiche; mancavano i posacenere in metallo della Yoga, anzi no, della Massalombarda sui tavoli e il dispenser dei tovagliolini dei gelati Stocchi.

Mi aspettavo sinceramente che a un certo punto uscisse Calogero Calà detto Jerry cantando “Maracaibo mare forza nove” alla guida di una conga scatenata, con i milanès, i torpigna e i romani di Roma nord a salire al piano di sopra a svegliare gli ospiti dei quali vi parlerò più avanti.

In un muro c’era addirittura ancora una presa di corrente di quelle che la BTicino aveva chiamato “Magic” (erano un tentativo di creazione di un nuovo standard che faceva leva sulla sicurezza anche e soprattutto a prova di bimbo): parliamo veramente della prima metà degli anni ‘80. Le aveva in casa il mio collega, prese che fece togliere all’incirca nell’86. Il titolare di questa perlomeno discutibile struttura era ed è quanto di più remoto possa essere attinente alla gestione di un locale aperto al pubblico, ma dopo tutto lo capisco: quando fai questo mestiere per quasi cinquant’anni è fisiologico che ti stia sul cazzo tutto il Creato e che la tua misantropia raggiunga livelli non misurabili nemmeno dall’Istituto dei Pesi e delle Misure, ma a un certo punto molla il colpo e vattene. Sulla bieca codardia di quest’ultimo poi parlerò più avanti, ma andiamo oltre: brigata di sala costituita da due cameriere, una finto/simpatica assolutamente e decisamente indigena, ma in realtà maleducata e scontrosa come la merda, l’altra decisamente con un più basso profilo, una ragazza dell’Est Europa assai più educata (mentre stavamo ricaricando in auto impianto e strumenti – gli ospiti erano andati via da almeno mezz’ora – chiaramente non riuscivamo a chiudere le porte avendo entrambe le mani impegnate, pur cercando di fare prima possibile. Questa ragade, pensando che non la sentissimo ci apostrofa ad alta voce con “Ma guarda tu ‘sti finocchi, la porta…”, peccato in quel preciso istante collega rientrasse e, colpo di classe, se n’uscisse con un: “Grazie, eh!”, al che la merdosa, avendo pestato una sua simile se n’uscisse con dire (e fare) da geco: “Ah no, ma io dicevo gli ospiti di prima”, ma dai, ‘sta punta di cazzo: io invece pensavo che parlassi di quella infelice di tua madre capace di compiere l’errore primo d’averti messa al mondo, anvédi alle volte.

Ma andiamo col menù, degno del miglior Cerea, ma che dico, Alajmo (due nomi a caso): maestoso e ricco aperitivo consistente in noccioline, patatine, Yonkers (un grande classico) e i Cheesy Poofz di Cartman come nemmeno al dopolavoro ferroviario di Indicatore. Da bere, ovviamente, due cartoni di Dom Pérignon fatto col bicarbonato. In Gastroenterologia sta già diventando argomento di studio per la prossima pubblicazione su The Lancet.

Come antipasto l’unica cosa che strappa un cinque di stima, dato da ‘l capocollo, la coppa di testa, la torta ‘nchi cìcc’li (una simpatica focaccia umbra con i ciccioli di majale, una cosa macrobiotica), una caciotta indefinita (quelle che anche al Lidl te le vendono sottobanco) e un gorgonzega® (gorgonzola una sega, citando un mio ottimo amico) con le pregiate confetture delle vaschette Hero che te le danno o all’ospedale o negli alberghi del medesimo livello tipo chessò, pensione Miramonti a Marotta.

Menzione d’onore per il coccetto caldo di polenta col sugo, sugo sospetto schivato come il pericoloso bombardamento di uno stormo di piccioni incazzati che ti ha scambiato per l’assessore all’ecologia. La polenta omnia vincit, come l’amor, riempie, costa poco e fa tanto baita di montagna, ariècco Jerry Calà con la conga, spostatevi un attimo, così poi posso andare avanti.

Ma ora basta cazzate, ecco ‘l cimento, disse Orfeo di fronte alle porte di Dite, ecco il primo primo: i tortellini in brodo. Spendo più di due parole, che volete, son fatto così: vi ricordate quando arrivarono in Italia i primi discount? Lasciate perdere Aldi, Lidl e compagnia bella: i primissimi discount sembravano usciti dal telefilm “Amerika”, con i cartoni buttati là, due commessi, luci fredde al neon e quell’atmosfera che nemmeno Bioshock, t’aspettavi uscisse a momenti un ricombinante. Bene: sul piatto c’erano quei tortellini, quelli che acquistavi al Sosty (il primo discount che arrivò a Perugia, e la marca, falsa come una banconota da due euro e mezzo, fintamente artigianale, hipster ante litteram, il marchio dicevo era Mastro Leandro, ribadisco falso come Giuda). Com’erano ‘sti cosi ripieni? In primis, tutti clamorosamente uguali, con la pasta sottile e stracotta, d’un bianco livido che sapeva di trapasso repentino e il ripieno, c’era sì il ripieno, ma poteva essere di carne, prosciutto, ricotta e spinaci, morte, pregiudizi, ‘sti poveri tortellini disperati cotti, ma che dico, scotti che avrebbero fatto la gioia di Jabba Desilijic Tiure, in un brodo di carne indefinita, scialacquito (suona bene ‘st’anacoluto, o neologismo? Boh) eppur rabbioso di sale, di un trasparente la cui immagine riflette su un discorso che non smette. Ne abbiamo mangiati forse quattro a testa, coprendoli con abbondante formaggio grattugiato (Parmigiano Reggiano? Grana Padano? Pamigo Bayernland? Al NAS l’ardua sentenza).

Il secondo primo! Immancabili in queste terre: ovviamente “I tajatelli“, in italiano le tagliatelle al sugo di carne (a proposito del sugo di carne ebbe a dirmi il figlio di un ristoratore storico – che non c’è più – delle mie parti: “Non chiamarlo ragù: il ragù è un’altra cosa”, lui che faceva un ragù che era celestiale ma si scherniva perché – diceva lui – solo i bolognesi lo sanno fare, noi facciamo il sugo di carne), piatto che ho accuratamente evitato, memore del sugo di carne di certi ristoratori canaglia che ci mettono Dio solo sa cosa dentro.

Ovviamente, che cazzo te ‘l dico a fa’, lo secondo, l’immancabile ròsbiffe®, o qualcosa di simile a fette, con erba (di casa mia) e patate al forno. Evitato anche quello, grazie, sto ‘na crema così, te pare e che te pare.

I vini, dimenticavo: due basi, bianco e rosso di una cantina vicina. Senza infamia e senza lode, ma tanto poco sarebbe cambiato.

I dolci, il carrello dei dolci, e che non chiudiamo toda joia toda beleza, il tripudio, il trionfo, ullallà, me cojoni, evvualà® il panettone di chissà quale forno (crematorio) a chiudere e, incredibilmente, come nei peggiori film che celano almeno una scena presentabile, un caffè più che decente e addirittura l’amaro Nonino oltre all’immancabile fiasco di limoncello fatto in casa, de chi ‘n se sa, limoncello a base di metanolo ma sicuramente ‘o metanolo ‘e Surriento che ispirò il grande Lucio Dalla: “Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, con questa intossicazione co’ ‘o metanolo de Surriento”.

Veniamo al titolare tanghero che non ha nemmeno avuto il coraggio di dire a noi nulla in merito al volume “perché di sopra ci sono le camere, chiaro?! Chiamo la SIAE!” al che m’è scappata comprensibilmente una risata, perché c’entrava come i cavoli all’Eucaristia, come se la SIAE ci multasse per il volume alto, geniale, mo’ je dàmo pure questa e siamo a posto. L’organizzatore della festa, un nostro ottimo e spassoso amico che ci diceva: “Alzate! Alzate il volume!” con ‘st’ometto unto, mezzo pelato e col baffetto da piglianculo d’ordinanza che ci ronzava intorno come un tafano fa col culo dei purosangue rendeva il tutto più complicato ma senz’altro più divertente. Di non trascurabile rilevanza il fatto che questo paramecio coi baffi non aveva detto nulla al committente proprio per non perdere il banchetto (e durante l’anno pranzi e cene organizzate proprio dal suddetto committente – nostro amico – in quel cassonetto indifferenziato o sedicente ristorante s’erano sprecate, alla faccia della gratitudine o dell’intelligenza, doti certo assenti in quel tapino)

Importante: le camere al piano di sopra (così vi do un indizio che restringe clamorosamente il cerchio, ma non scriverò il nome direttamente nemmeno sotto tortura) non è che fossero occupate da famiglie, turisti, agenti di commercio o cos’altro, ma da coppie “illecite” o peggio ancora “immorali” insomma, degli sporcaccioni dediti al gran sesso ai quali probabilmente Vasco Rossi turbava l’agone del talamo, ma io credo anche no. Se io me ne sto al piano di sopra con un’occasionale ospite non esattamente a fare rebvs e crucibérva ci può essere persino la remotissima possibilità che m’importi una sega (absit iniuria verbis) del baccano al piano di sotto. Tra l’altro, a chiudere, la brigata che allietavamo era spassosamente caciarona, com’è legittimo che fosse ma niente di chissà quanto insopportabile.

I’m dreamin’ of a white Christmas…

A mo’ di promemoria

Importante, ma che dico, importantissimo: poiché la mia condotta scellerata mi sta accorciando la vita alcune importanti precisazioni che spero vengano lette in quel preciso frangente, ossia successivamente alla mia morte:

  • niente sepoltura ma solo cremazione in bara di cartone atta alla stessa. Niente legno, ché se va consegnato a frate fòco gli importa una sega di questo o quel mogano. Tenete l’urna in garage e, quando potrete, disperdete le ceneri in mare, nel Tirreno. Da qualche parte approderò e potrò finalmente riposare;
  • niente manifesti: costano, inquinano, ingombrano, sono inutili, in una parola. Risparmiamo, perdio;
  • nessun rito né civile né religioso: soprattutto nessuna omelia da nessun prete. Ne ho sentite troppe di ributtanti stronzate vomitate da cialtroni infimi con i quali non ho condiviso un bencreato cazzo. Quindi guai a voi;
  • nessun evento a ricordarmi, non v’azzardate. Son morto, silenzio. Cerimonie, brindisi, amenità del cazzo che da morto non sentirò mai. Tenetevele per voi;
  • bruciate con me il mio basso 4 corde e la mia chitarra acustica Cort in legno chiaro, con custodie e tutto. Il resto (specialmente il maledetto 5 corde) rivendetelo e con quei quattro spiccioli andate a puttane, che ve divertite de più.

E questo è quanto.

 

Siamo tutti interessanti, in un modo o nell’altro

Sabato 8 dicembre, con l’atmosfera del magico Natale (il quale, grazie ad un’irripetibile alchimia, passerò finalmente da solo, a non celebrare una festività che andrebbe bandita e proibita a chi ha più di sei anni) mi ritrovo per mera casualità a transitare per una pasticceria romita dalla mia residenza, con la scusa di andare a trovare V., deliziosa cinquantenne dall’insolito accento per queste lande misere. Trovo la pasticceria insolitamente aperta (non prima di vedermi sottrarre il comodo parcheggio davanti all’ingresso dalla solita mammina iperattiva del cazzo, metafora onnipresente della mia vita in auto) ed entro: trovo V. e la mammina del cazzo che solo un caffè perché vado di fretta, ma che cazzo te córi, capace domani te sveji all’àrberi pizzuti. Aspetto che la splendida si tolga dal cazzo e m’intrattengo con V. e i suoi buffi occhiali da ipermetrope che le danno ancor di più un’aria da Alice nel paese di chissà quali bizzarre meraviglie. Mi chiede come mai non fossi più passato e lì a spiegarle della mia convivenza finita dopo undici anni e via e via, dell’anno appena trascorso andato benissimo dal punto di vista lavorativo e via così. 

Come avrebbe detto Giorgio Montanini, a V. je se apre ‘na cazzo de valvola e lì mi racconta una di quelle storie che scànsati: undici anni anche lei trascorsi appresso a un divorziato con un figlio (figlia? Non rilevante), mammone di merda che exige la comida quando torna stanco dal lavoro – porèllo – per tutti i giorni che l’Onnipotente manda in terra, che non ha mai scucito un centesimo per una vacanza e che ha la barca a Punta Ala però braccino corto la merda quindi si va in vacanza a Punta Ala a’ purciaro. The best is yet to come, però: lui a maggio le fa lasciare casa e un lavoro (ovviamente contratto a tempo indeterminato) venticinquennale e da Arezzo la fa venire a Perugia e a ottobre la scarica perché (tipico di noi uomini) ovviamente ha un’altra. 

Mi cadono le braccia e da uomo mi vergogno: trovarsi in una città che odi e che cameratescamente ricambia per colpa di un maestoso e imponente stronzo, beh, non è davvero il massimo. 

La mobilità (e ‘r budello di tu’ ma’)

Quando sarò morto magari qualcuno si prenderà la briga persino di leggere questo blog che aggiorno solo ora dopo mesi e mesi di pigrizia, inattività, frenesia legata a Twitter, sicuramente più spassoso, costruttivo e intelligente di quella merda di Facebook, popolato solo da minus habens che blaterano di politica, scie chimiche, complotti e quant’altro gli possa consentire quell’unico e solitario neurone che deve sorbirsi sia le funzioni primarie che tutto il resto oh ma mica posso fa’ tutto io! 

Ebbene, sono rientrato a scrivere qui perché mi son visto superare (non ricordo dov’io fossi ché ero assorto ma soprattutto stavo andando particolarmente piano con la mia Zafira) da un vecchio scatanfrone a gasolio visibilmente riverniciato: trattavasi di un vecchio autobus con targa TR di quella che era la vecchia compagnia di autobus che serviva la provincia di Terni con alcune fermate nell’odiata provincia limitrofa (Perugia), ossia l’ATC, che con ASP (quella di Perugia) e LFI (quella della bassa Toscana) serviva la mia zona (vivo tuttora in una zona dove in un quarto d’ora di auto cambi provincia – Terni – o addirittura regione – Siena – e quindi siamo un ideale e simpatico crocevia – ma anche coacervo – di dialetti).

Altro che Setra, MAN, Volvo o altre aziende che producono autobus avveniristici: a’ tempi delle mie scuole superiori io ricordo Renault (un modello si chiamava F1, poi capirete perché mi rimase impresso), Menarini (370 aspirato e 370 Turbo, ricordatevi anche di questo), Tomassini, massì anche i modernissimi (per l’epoca) Volvo B10M, Kässbohrer, Iveco e altri marchi storici di aziende confluite qua e là, fallite o altro. E chi c’era alla guida di questi autobus una volta blu (e non grigio pirla come gli autobus di Umbria Mobilità ora Trenitalia, e chissà come cazzo si chiameranno l’anno prossimo), con cambio manuale e alimentazione diesel? Loro: GLI AUTISTI, ovviamente. Gente d’ogni sorta, d’ogni risma, fenomeni tutti rigorosamente di sesso maschile, ché la parità sarebbe arrivata nel millennio successivo, come se per emanciparsi si debba fare necessariamente un mestiere simile che abbrutirebbe chiunque.

Gli autisti: gli ignoranti, odiosi, invisi, tristi (quelli erano i giornalisti, d’accordo, questa perla la lessi su un Guerin Sportivo nel 1985 e non ricordo chi la scrisse, ma fu memorabile). Non ricordo nessuno di loro che non avesse una tresca, un affaire con qualcuna, madre e moglie, o anche studentessa minorenne (son lontani quei tempi, ora si finirebbe alla gogna, e lo stupro, la condizione della donna, quando c’era una condiscendenza reciproca e una leggerezza che lèvati). Qualche eccezione ci sarà sicuramente stata ma non ne ho davvero memoria e comunque erano da studio, roba che un Sir David Frederick Attenborough qualunque ne farebbe un documentario alla BBC da vincere il Pulitzer in men che non si dica.

Ricordo tutti i nomi (tranne di uno, del quale ricordo solo il cognome, di un altro che ricordo solo l’infinita ignoranza, maleducazione, cafonaggine, roba da infilargli la testa nel cesso colmo di diarrea seduta stante e di un altro ancora con il nome che oggi definiremmo un meme vivente). Erano coloro che ci portavano a scuola e lo facevano ogniuno a suo modo. Da chi iniziare? A caso.

Remo: personaggio d’una simpatia unica, baffetto da poliziottesco anni ’70 (i RayBan completavano il look da commissario di Polizia), pelata, fisico minuto e voglia di fica che scànsate, la buttava sulla simpatia e aveva un discreto successo. Si distingueva sempre per calma e battuta pronte un po’ con tutti. Stile di guida standard, niente di folle o pericoloso. Non ricordo nulla di particolare in merito.

Massimo: ce n’erano due e questo (niente baffi, moro anche lui) non aveva davvero un bel carattere, anzi, proprio col cazzo. Fumino, incazzoso, irascibile, forma fisica nella media, occhiali (insolito, ricordo solo lui) e capello con la riga. Altrettanto affamato ma decisamente meno d’impatto, povero cocco. Memorabile un dirottamento da lui stesso operato al parcheggio degli autobus a Pian di Massiano, Perugia con venti studenti che intonavano i cori della A.S. Roma (lo facevamo facevano spesso) e con lui paonazzo di rabbia che aveva chiamato la Polizia Stradale. Ora sarebbero tutti in carcere o da Barbara d’Urso, e non so cosa possa essere peggio.

Massimo: altro Massimo, altra corsa. Parzialmente calvo, baffo impomatato da sottufficiale prussiano, hipster ante litteram, occhi azzurri e clamorosamente rosso, scozzese a voler dire. Massimo era un tipo singolare: lo ricordo sposato con una brasiliana e due figlie piccoline delle quali le signore delle prime file dell’autobus parlavano estasiate. Guida regolare anche lui.

Italo: fratello di Bruno (vedi), capello ordinatissimo, baffo sottile e condotta di guida abbastanza regolare. Un filo più spedito dei precedenti, sicuramente ricordato con piacere dal popolo dell’autobus come persona assai a modo.

Bruno: fratello di Italo (ovvio), un filo più tarchiato, baffo importante e burbero a sufficienza. Una mattina che limonavo allegramente con la mia fidanzatina dell’epoca tuonò dal posto guida: “Togli quei piedi dal sedile”. Fui un fulmine. “ANCHE TE” rivolto a una graziosa ragazzina sul fondo che stava facendo la stessa cosa con il suo moroso. La ragazzina divenne paonazza. Ce credo: ERA SUA FIGLIA. A lui riconosco di aver avuto per le mani una meraviglia di ragazza, mio sogno erotico, pornografico, Pornhub per decenni. Bravo Bruno.

Alberto: qui andiamo su uno stand up comedian mancato, un esilarante Alberto con una guida champagne che intratteneva le varie donnine (da noi le donnine non hanno nulla di licenzioso, ma sono solamente le signore di una certa età) con battutacce grevi che strappavano risate e Uh Alberto, che matto e via così. Agricoltore per passione era soprannominato Pollarolo (colui che alleva i polli). Quando mia madre gli chiese qual era l’ultima fermata lui rispose: “Da Peppino, signora”. Mia madre non colse: “Peppino chi?”, e Alberto: “Garibaldi!” parlando della statua di fronte al capolinea. Riuscì a far ridere anche mia madre. Grande Alberto.

E adesso si fa sul serio, ma seriamente sul serio, ché quando bisogna essere seri, bisogna veramente esserlo.

Mario: Santa Madonna, se di cognome fai Rossi e ti chiami Mario, cosa ti avrà mai riservato il destino? Quando salivamo sull’autobus il “Oh no” era unanime: sapevamo che avremmo dovuto firmare e far firmare il ritardo al preside o chi ne avrebbe fatto le veci. Va’ a spiegare che quella mattina Mario era di turno, ma chi è questo Mario? Basso come me, naso aquilino, faccia da Mario, un qualunque Mario ordinario. E andava piano, Mario, Santa Madonna, per carità: anche il tachigrafo con lui s’addormentava, il sonno del giusto, porèllo. E noi andavamo verso il nostro destino, sì, ma lentamente.

B.: non ricordo il nome ma non posso mettere il cognome. Guidare di merda è un talento col quale si nasce: d’accordo, si può peggiorare ma quando sei un disadattato di tuo tutto scorre fluentemente. Intendiamoci, B. non guidava male: guidava peggio. Distratto, gnitànto andava lungo sulle fermate ma soprattutto, cristomadonna, aveva un difetto che avrebbe ammazzato la pazienza di Giobbe e la fortezza del vecchio Eleazaro: questo qui guidava col piede sull’acceleratore, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, poi lo toglieva, poi riaffondava il piede, IL TUTTO PER OLTRE UN’ORA DI TRAGITTO. Non so quanta gente sia finita in terapia.

Appendice su B. (questa mi è stata raccontata e non garantisco): B. alla guida che sta pensando a Kant, o al prodotto interno lordo del Suriname, o alla fica, o al Perugia calcio, chissà a cosa, mentre finisce contromano e un grosso TIR gli suona e lampeggia con l’autista che gli fa il più italiano dei gesti ossia le cinque dita unite verso l’alto a formare un arancino e con mossa di polso all’unisono ma che cazzo fai?! B. allargò le braccia rientrando in corsia, è la vita, peccato che non ricordava di stare a bordo della sua Fiat 500 e non di un autobus. Sic transit (Ford) gloria mvndi.

Fernando: la notte di Natale noi aspettavamo i giocattoli trepidanti, convinti che sì, avevamo fatto i discoli, ma dopotutto vuoi che Babbo Natale non ti porti quella moto, quell’automobilina, questo o quel balocco? Fernando quella notte non chiuse occhio: l’ASP aveva acquistato due Renault GranTurismo F1, sovralimentati, bellissimi, uno blu e uno addirittura bianco, come nemmeno Don Johnson in Miami Vice e la mattina presto sarebbe andato lui personalmente a ritirare quello blu e a farlo entrare in servizio di linea. Era lui il primo a guidare i mezzi nuovi, lo ius primæ noctis gli spettava di diritto, o anche no, ma non aveva importanza. Staccava dal lavoro e risaliva sul camion: non era lavoro, no, era una stramaledetta passione. Fernando era così, una brava persona, ma come cantava Francesco Baccini e la mia auto è quasi nuova, io viaggio solo con il TIR.

L’anonimo: giuro sulla testa di ‘sto coglione che non ricordo il suo nome. Solo tre cose: saltava le fermate se a suo modo di vedere l’autobus era troppo pieno, non rallentava nelle strettoie (ricordo io personalmente gli specchietti del suo e dell’altro autobus andare in frantumi perché non rallenti tu? Io col cazzo che rallento, bastardo, tanto pagavamo noi utenti) ma (la migliore) non faceva entrare nessuno nella propria corsia. Ricordo che rifilò una sportellata in zona stazione a un’auto che non riuscì a sorpassarlo. Una bestia: non ricordo come cazzo avesse potuto diventare autista, ‘sto pericoloso stronzo.

Gosti: siamo sul podio, signore e signori, non ce n’è per nessuno. E quando dico nessuno intendo veramente NESSUNO. Qui non parliamo di un autista qualunque di un mezzo qualunque, NO: qui parliamo di un pilota. Gosti con l’autobus era Daisuke Umon alla guida di Grendizer, Tetsuya Tsurugi alla guida di Mazinger ma detto così è riduttivo. Lui era Hiroshi, Hiroshi Shiba e l’autobus era il Jeeg: una volta lanciati i componenti non c’era nulla che poteva sconfiggerlo. Memorabile una partenza dal paese alle 07:20: per arrivare a Perugia centro, in auto e con poco traffico si poteva sperare di arrivare cinque alle otto. Gosti parcheggiò al capolinea alle 07:50, aprendo le porte. Ci fu il boato generale, l’applauso, l’apoteosi: non aveva saltato un cazzo di fermata e non aveva lasciato a piedi nessuno. Era il nostro Robert Neville, ERA LEGGENDA.

Appendice su G. (questa mi è stata raccontata e non garantisco): festa de L’Unità, Modena, Bologna, non ricordo. Gosti era alla guida del Menarini 370 Turbo (e questo me lo ricordo io) targato PG 504007 e in autostrada toccò i 150 km/h. I cori da stadio nell’autobus coprivano il rombo furioso del motore che cantava come un Pavarotti in stato di grazia: il resto è storia.

San Martino (e tu’ ma’)

La nebbia agl’irti colli

piovigginando sale

chi c’è là sulle scale

‘r budello di tu’ ma’

ma per le vie del borgo

tra ‘l ribollir dei tini

chi c’è dentro a’ casini

‘r budello di tu’ ma’

gira sui ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando

chi viene qui cantando

‘r budello di tu’ ma’

 tra le rossastre nubi

stormi di uccelli neri

l’ha presi tutti ieri

‘r budello di tu’ ma’.

 

Giampaolo Leopardi, 1813 (forse)

Ciao Marco.

Non mi sembra possibile che possa realmente essere successo: non me ne capacito.

Tornerò nel tuo ufficio e ti troverò bestemmiando contro o il solito vecchietto professionista del lamento o la badante disperata in merito al vegliardo di cui in precedenza.

Appoggerai da una parte la tua pistola, parleremo di cazzate, musica anni ’70 dove avevo solo da imparare, fica (idem), aspetteremo Sara e andremo a fare l’aperitivo da Carmelo o da Terrore.

Da Luca no, da Luca solo il sabato, quando c’è anche Franco: vino nero e fegatelli. Aperitivo epocale entrato nella leggenda: Campari is for kids, Fegatelli is for men.

Vaffanculo, amico mio.

Senza prezzo.

  • suonare (a pagamento) al matrimonio della tua ex: FATTO;
  • suonare (a pagamento) al cinquantesimo del marito della tua unica e sola crush*: modalità nozze coi funghi, quindi NO.

Dopodiché me ne andrò in vacanza, da qualche parte.

Bella la vita, ma soprattutto che spasso.

* e scoprirla sempre bellissima nonostante il tempo trascorso (ed altro, purtroppo, che si è accanito vigliaccamente su di lei): la bellezza di uno sguardo trascende l’età e tutto il resto. Trascende? Si dice davvero così o ho preso un granchio? Pace: me lo farò con gli spaghetti. Il granchio, poaréto.