Esecrazione del sandwich al prosciutto

Il sandwich al prosciutto giace lì, illacrimato, esanime, nato vetusto, da subito, da prima. Son le cinque, le cinquemmèzza tuttalpiù, e il lavorante di questa o quella pasticceria, furibondo per il gramo risveglio, fa il suo arrivo nel bàrre con i vassoi coperti e sigillati, freschi di mutua, da pasto della SAUB (avélli, vent’anni ora, sai che lavoro) e lì, tra tramezzini boriosi ferocemente ripienissimi, panini cotoletta e insalata e (pezzo salato tutto perugino che l’Europa e anche il Liechtenstein ci invidia) fagotti ora frittata e cotto, ora salame, uovo e carciofino (m’ha sempre dato l’idea che quest’ultimo sia nato dopo una notte di bagordi per arginare un devastante hangover o il più italico post-sborniam) giacciono loro, col loro pane secco, dalla morfologia croissantesca, lucidissimi in superficie (come? Mistero) ma con l’impasto del pane che nemmeno la briòscia dimenticata nell’armadio da venerdì (di quale mese, poi) e con le loro due sottilissime fettine (sullo spessore c’è un gruppo di ricerca al CERN di Roncobilaccio, pare che il prosciutto dei sandwich diverrà materia di studio per il prossimo Nobel) di scadente crudo, già rabbiosamente rancido dopo nemmeno mezz’ora dall’essere stato affettato e col grasso che già vira a un tetro terra di Siena smorto, solo e senza né l’ombra di un velo di burro esanime né di ignobile mayonnaise, destinata a svanire, come il precedente, nel volgere di pochi istanti.

Lui lì è e lì rimane, il sènguic (come da grafìa figlia del circolo ARCI, ACLI. FENALC o come cazzo ve pare), con un’aria irredenta che la Luisona del Benni nazionale sembra tenera e soffice come le merDendine del Mulino Bianco: è rimasto l’ultimo, come il Mohicano, e resta solo a difendere l’avamposto, il vassojo vòto e senza speme alcuna, privato subitaneamente della vicinanza del fagotto (entrambe le farcìe, uno via l’altro, nella morte l’idea più alta della democrazia, ave Cesare, farcituri te salutant) del panino finto genuino con mille folli variazioni, del tramezzino che no, grazie, solo un tramezzino stamani (e la fera ipercalorica tace, pronta per l’agguato) e della cotoletta, da appetito gagliardo per coloro che lavorano sodo, mica voialtri, eh, ce li metterèbbe a lavora’ sul tetto da le sette, a ‘sti banditi. Eccolo, è lui e viene salutato dal ritardatario di turno con gioia, gaudio e letizia e quindi con frasi del tipo:

– cazzo, Armando, ma che ce so’ state le cavallette oggi che n’n c’è armasto un cazzo?

– noo, anche stavolta non c’è niente (il barista, mesto, annuisce ignorando il solitario che, con un’occhiata sanguinaria, ricambia);

– uh che fortuna, un sènguic, che tanto so’ a dieta (merda, ma quanto cazzo me pòle fa’ schifo? Ma sempre io).

Ora sappiate una cosa: se il sènguic al pregiutto© è l’ultimo del vassojo, beh, sappiate che in quelle ORE di solitudine ha maturato una coscienza che lo porterà, da nipponico kamikaze, alla madre di tutte le vendette. Si lascerà mordere (perché il primo morso non fa mai male) ma, al primo boccone, la mappazza© sarà implacabile fino a togliervi il respiro e portarvi a una morte terribile, se non avrete nulla da poter bere nei successivi venti-trenta secondi. 

– Ma è morto? Davéro? E quando?

– Mah, ieri pomeriggio al bar: dice s’è strozzato con un sènguic al prosciutto. Ma come se fa, a me me fa schifo!

– Ah, lascia fa’, n’n se strozza proprio. Pigli un caffè?

Prete di merda, ossia de’ racconti ritrovati

Scrivo solamente adesso, dopo aver fatto trascorrere almeno un paio di giorni, giusto per far sbollire la rabbia. Sì, la rabbia, il disgusto e il ribrezzo per quella categoria di persone che Günter Grass definiva così: “Giudicare è una funzione da prete che io non riconosco nemmeno ai preti”. Venerdì sera ricevo una telefonata da un caro amico* che mi chiede di usargli una cortesia, ossia di suonare un brano in chiesa per la funzione funebre di un amico venuto a mancare improvvisamente. Il brano in oggetto, (dovevo eseguire la sola parte strumentale) era “Stairway to heaven”, perché, a quanto pare, il compianto, arbitro internazionale di scacchi e rocker nell’animo, avrebbe apprezzato assai. Accetto di buon grado e il Venerdì Santo (giorno emblematico per morire, ogni buon cristiano avrebbe preso a coltellate il proprio fratello per dipartire proprio nel giorno della morte di Vostro Signore, sai che figurone, e poi l’invidia degli amici, però è peccato, quindi non se ne fa niente), di mattina mi incontro con il mio buon sodale, un caffè insieme e ci appressiamo al ripetitore (la chiesa, efficace distributore di fede, primo esempio di trasmissione wireless a conti fatti, una diffusione capillare nel territorio, addetti sparsi ovunque, un esempio per tutte le aziende che, in questi tempi di crisi, non fanno altro che piangersi addosso – ora vomito, giuro – ma questa è solo satiretta anticlericale da quattro bajocchi, dopo mi confesso, giurin giurella). C’è gente, davvero, tanti amici, gente sinceramente commossa, dopodiché scopro di conoscere bene uno dei figli che mi ringrazia di cuore per essere stato disponibile (e io sinceramente mi imbarazzo, Alessio mio, ogni bene). Entro in quella che si dimostra davvero un luogo sinistro, brutto, malridotto (roba da matti, adesso scrivo una recensione anche su ChurchAdvisor©, li massacro), senza nemmeno uno snack all’ingresso, ma che modi, e comunque mi metto in fondo a sinistra, come sempre. Il prete prete ha una voce chioccia, insopportabile, di quelli che ti fa presagire che quel monologo odioso e insopportabile che secondo le istruzioni della Sede Centrale si chiama “omelia”, dal greco “homilein” che significa “irreversibile lesione alle gònadi, nonché elogio dell’arroganza”, effettuerà il suo compito con il talento dell’Inquisitore, massì, Torquemada, un amicone davvero. E giunse il momento, ma è indispensabile conditio sine qua non, una premessa, dettata anche, purtroppo, dall’esperienza personale di chi scrive: nella stragrande maggioranza dei casi (mettiamo nove volte su dieci, così, per voler essere inutilmente precisi) il prete NON conosce affatto il defunto, quindi bisogna sopportare (chi vuole sopportare, beninteso, io e il mio amico usciamo dopo cinque minuti, in preda al disgusto, ma scendo dopo ne’ particolari, stay tuned, sai le matte risate) un vano sproloquio di una buona mezz’ora dove il prete prete tesse gli elogi di quello che magari in vita è stato niente di meno che un boja, un Himmler in sedicesimo ad esser clementi, oppure una sana rampogna all’insegna de’ dieci comandamenti sparata alla cieca nei confronti di colui che invece è stato un pio marito e padre mite e affettuoso. Nell’ultimo caso invece (ed è qui che subentra l’esperienza personale) il prete (qualcosa di inopinatamente untuoso e ributtante, senza far pubblicità) se n’esce con una bella metafora di chi alla fine in chiesa c’è dovuto tornare (magari nel cappotto di legno, dico io, eh, figlio di donna che svolge un lavoro socialmente utile?) volente o nolente, ma Vostro Signore è buono&generoso e accoglie tutti, anche coloro che, pur di non vedere la tua bella faccia di palta, se ne rimaneva a lavorare sodo per la moglie e per i figli, come ogni brava persona e sicuramente da bravo cristiano. Solo una volta provai umana pena per un giovane sacerdote che (era una funzione in ricordo, l’anno dopo, nemmeno il funerale, badate bene) per una ragazza meravigliosa (ebbi anch’io l’immensa fortuna di conoscerla, di una bellezza d’animo incantevole, penso ai tuoi occhi, Franziska) che conosceva bene perché attiva sia in parrocchia che nel volontariato, rapita dal male, tentò inutilmente di contenere il pianto e voltatosi verso il cristo ligneo chiese “Perché?”, tacendo per quasi cinque minuti. Confesso che mi venne un mezzo groppo in gola, l’ammetto.

Questa dovrebbe essere la regola e non l’eccezione, questa sì, perdiana, ma vengo al sodo: il prete prete inizia la propria omelia con un capolavoro, un incipit talmente grottesco che sembra d’essere in un film di Sergio Citti e che provo a riportarvi. Siate pronti (come diceva còso); vi anticipo solamente che il nostro è morto della morte cosiddetta del giusto, ossia un infarto nel sonno mentre si godeva una crociera, se ho ben capito.

“Eh, ‘l nostro Antonio è morto, come se dice, d’la morte più bella, che passi dal sonno a la morte e, fratelli (ma de che? Ma che davéro avémo fatto er militare a Caserta ‘nsieme? N.d.A.), sapeste, ierlaltro, ho fatto ‘n altro funerale de ‘n altro, sessantatré anni, tumore ai òssi, è morto tra i atroci dolori, e ‘l mese scorso ho fatto una decina de funerali, donne, bambini, eh, adè Antonio è morto, morto…”.

Io e Vincenzo* ci guardiamo in faccia (è uno scherzo, penso io, di pessimo gusto ma dev’essere uno scherzo) e usciamo in preda ai conati. L’omelia prosegue con una gragnuola di frescacce irriferibili per quasi quaranta minuti; la fuga all’esterno è purtroppo inutile, visto che un poderoso megafono RCF (sempre loro!) diffonde con potenza da tromba del giudizio l’amena chiacchierata del prete prete, con quel tono, quella nasalità ma soprattutto quella ricchezza di contenuti che ricorda quella di un giornalista del nostro Tg3 e quindi non v’è salvazione. Terminato il supplizio, la moglie, la figlia e un amico leggono alcune parole vibranti, commoventi, sincere, di quell’amore che provi e puoi provare solo per chi è stato amato appassionatamente, veramente, con quella sincerità che vive forte e vigorosa anche dopo la vita terrena, di quel ricordo caro e prezioso che prosegue, tenace ed immutato, oltre ogni ostacolo. Ed è qui che la mia rabbia sale, furiosa, livida, che nemmeno lava da un vulcano, che mi verrebbe da entrare in chiesa come un Jack Nicholson su “Le streghe di Eastwick”, ma senza la sua carica d’umorismo luciferino, anzi: il prete merda (sì, merda, merda, fortissimamente merda) si permette persino di cazziare l’amico chiedendogli perentorio di essere più breve. Più breve? PIÙ BREVE? Non sarebbe stato un gran segno d’umiltà rinunciare a quella che è stata la più ributtante, ampollosa e fastidiosa omelia che abbia mai sentito? E magari, in cuor suo, il prete prete avrà pensato financo: “Eh, e l’ ve’, che bbèlla omelia, eh, quanto so’ bravo”. Bravo coglione, davvero.

Tralascio il resto del rito, uguale, immutato da decenni, tra stanche eucaristie senza sangue né altro, ma con la trasformazione in pipì e pupù del corpo e del sangue di còso, eh pazienza, l’ha detto Voltaire, mica paolocoèglio© e dopo un Symbolum ’77 (tu sei la mia vitaaah altro io non hooo…) tra capo e collo (il coro costituito da un’orrida megattera – anche se io non dovrei avere voce in capitolo – un turpe figuro con occhiali e strabismo di Ben Turpin e un cingalese che mi aspetto un Agnello Medley da un momento all’altro din din din, din din din, lieto tintinnar), mi metto praticamente in mezzo alla chiesa e lascio che le mani infreddolite vadano, bene o male, da sole: “There’s a lady who’s sure…”. E anch’io lo sono. Ciao Antonio e grazie, anche se non ci conoscevamo di persona: l’amore è un sentimento che ti fa bene sempre, anche solo a sentirne parlare, un po’ come una bella canzone per radio, che magari non è che l’hanno scritta per te, però te la senti tua, così all’improvviso. E sono certo che l’hai sentito, Antonio, certissimo. Ciao e grazie.

P.s.: all’ingresso una pioggia degna del più cupo settembre lascia il passo a un solicello gradevole. Dài che Dio c’è, sono convinto, e ha un senso dell’umorismo che lèvati.

Vincenzo, sei contento? Ho ritrovato questo bel post e mi sembrava giusto ricordarti anche così. Alla prossima arbevémo du’ Campari.

Ciao Maestro.

Once upon a time ero un musicista e suonavo spesso, molto spesso, in una struttura importante, nota anche per la cucina (fatto salvo proprio per un bruciapadelle incrociato in quel periodo dove nacque questa splendida pasta, una persona miserabile, arrogante e presuntuosa come non ne ho mai incontrato in trent’anni di onorato lavoro, tra l’altro un cazzone imperiale ai fornelli, con manie di persecuzione oltre il patologico).
Capitava che a fine turno, il sous chef, una brava persona, di quelli che con la fortuna non c’è mai andata a braccetto, inventava una pasta per coloro che rimanevano più tardi, contravvenendo alle disposizioni della Direzione, ma facendoci più che contenti. Ciò che avanzava diventava condimento per la pasta. Questa però è entrata sgomitando nella Storia delle paste ignoranti sì, ma memorabili. Ho voluto trascriverla fedelmente: mi ricorderete, ma vi sconsiglio di mangiarla a cena e di andare subito a letto: non è fatta per questo.

Pasta del Maestro

A persona:

  • 4 scalogni
  • 1 bustina di zucchero (preferibilmente di canna)
  • 75 g ciauscolo
  • 75 g olive nere denocciolate 
  • 125 g pomodori datterini
  • 8 capperi in salamoja
  • 125 g di pasta a scelta (corta sarebbe meglio)
  • sale e pepe q.b.

Soffriggere lo scalogno tagliato finemente in poco burro E olio (pochi, ma entrambi: scalogno chiama sia burro che olio, c’è poco da fare, e questo avrebbe fatto la gioia del bruciapadelle di cui sopra, ‘sto cazzone metteva il burro ovunque, roba da frustate), aggiungere sale così da vetrificare la bulbacea e quando manca poco alla cottura 1 bustina di zucchero, meglio se di canna (questo è un trucchetto geniale). Fare prendere colore e aggiungere i pomodorini tagliati a metà, salare ancora, 5 minuti a fuoco medio coperto, aggiungere le olive tagliate a rondelline e i capperi, altri 4 minuti come sopra e infine il ciauscolo tagliato a dadini.

3 minuti sempre a fuoco medio, poi spostare il coperchio e far sfiatare. 

Cuocere la pasta al dente, lasciare un po’ d’acqua di cottura (ovvio), saltare col condimento, spolverata di prezzemolo fresco (oppure due cucchiaini di pecorino romano, son due correnti che van bene entrambe) e dopo aver finito il piatto, marocchino freschissimo di amico Said per digerire e poi si va a ballare tutta la notte sciao belo, andiamo qui che c’è amico no paga drink

Cronache di un basso di merda.

Importante disclaimer: se sei finito qui è perché non avevo voglia di perdere tempo a spiegare a voce cosa mi abbia portato a chiedere una determinata cifra per questo strumento che non ho mai sinceramente amato. Visto che però ho le mie ragioni, eccome se ce l’ho, le ho volute scrivere qui, perché vorrei che fosse chiaro quanta merda m’ha fatto mangiare questo strumento del cazzo. Ma andiamo con ordine e INIZIAMO!

All’alba del terzo millennio, stremato dai continui commenti in merito al mio Ibanez Soundgear 5 corde legni pregiatissimi di origine remotissima / elettronica attiva / PU di grandissima qualità (leggasi strumento insipido e assolutamente inadeguato a una sala di registrazione professionale) colgo la palla al balzo dando retta al mio batterista: “Fa’ un salto dal Navini a Castiglion Fiorentino: hanno un G&L L2500 (matr. 7104, attestato firmato addirittura da Phyllis Fender, vedova di), a 5 corde a un ottimo prezzo”. Il negozio di strumenti musicali Navini a Castiglion Fiorentino era (è? Non saprei, ora come ora) un’icona, un’istituzione eccetera, fatto sta che vado e offro in permuta quel ceppo da ardere del mio Ibanez. Fatto l’affare (il prezzo m’era parso stranamente ragionevole per un basso nuovo) me ne vado direttamente dal liutaio (il primo liutaio lo chiameremo A, e non sarà il primo, anzi) a fare le sistemazioni di rito come schermatura, eventuale rettifica e via così. Prima badilata: lo strumento non è nuovo. Intendiamoci, è tenuto benissimo, maniacalmente, ma non è nuovo: la fama del Navini non è stata smentita quindi, ma pace. Da cosa lo scopro? Il liutaio A ha schermato personalmente quello che era il basso dell’amico Roberto Ciucca Tiezzi, storico bassista di Pupo. Roberto ha una collezione pazzesca di bassi e il fatto che non avesse tenuto ‘sto G&L avrebbe dovuto insospettirmi, ma tiremm innanz, anche perché c’è un secondo problema: il truss rod non lavora regolarmente, anzi parrebbe proprio non funzionare. Pace: abbassiamo il ponte all’inverosimile e proviamo a suonarci. Così facendo ci suono per molto tempo, ma alla fine la situazione diventa ingestibile e riporto il basso al liutaio A: grazie ai buoni uffici della moglie del liutaio stesso faccio l’intera stagione con un basso di liuteria fatto proprio del liutaio A in attesa che costui me lo ripari. Il liutaio A era (ed è tuttora famoso) per prendersi tempi deliranti per il proprio lavoro, specialmente quando il cliente gli diceva la frase “Non preoccuparti, non ho fretta”. Dopo oltre un anno riprendo il basso al quale aveva fatto il seguente lavoro: per sbloccare il trussrod aveva tagliato i primi 3 tasti della tastiera e l’aveva in qualche modo sbloccato. Non ricordo nemmeno se pagai l’intervento, dopo oltre un anno, ma ripresi il basso e la situazione mi parve migliorata. Pura suggestione: cambio casa e cambio anche liutaio, visto che A si trasferisce in un’altra regione. A pochi km dalla mia casa precedente c’è un altro liutaio, che per comodità chiamerò B, gran capataz di manici, PU ed effetti che, preso il manico mi dice “Il trussrod non funziona: come vuoi fare?“. Bestemmiando, gli dico se è possibile togliere solo la tastiera salvaguardando il manico (sì, lo so, gli ho fatto fare una stronzata capitale, maledizione, non è vero che il cliente ha sempre ragione, specialmente se è un incompetente totale com’era allora il sottoscritto). B acconsente ed effettua l’operazione, mettendo su mia richiesta anche dei dot più piccoli, in abalone, ordinati addirittura da Wilder. Esteticamente il lavoro è (se visto di fronte) fatto benissimo. Vi ricordate il taglio della tastiera effettuato dal liutaio A per sbloccare eccetera? Il liutaio B, cadendo dalle nubi, mi dice di non aver trovato traccia dell’intervento effettuato. Ottimo, penso io tra me e me, sacramentando. Va bene: pago e (questa frase me la ricorderò finché campo, finché avrò l’Alzheimer e sono convinto che anche quando avrò il cervello in pappa, quando mi diranno la frase che segue tirerò un porco di dimensioni apocalittiche) al momento della consegna il liutaio B mi dice: “Ora hai un superbasso!“. Tutto contento me lo porto via e continuo a suonarci, sempre in maniera estremamente poco agevole, ma mo’ sarà una mia impressione, ti pare che ‘sto manico sia così ingestibile? Sì, lo è: decisamente ingestibile.

Su consiglio di un amico fraterno, scopro un giorno che non devo più fare 50 km per andare dal liutaio, anzi: ce n’ho uno a nemmeno venti minuti da dove abito, ma è merDaviglioso! Ecco, chiameremo questo giovanotto Liutaio C (l’ultimo? Sé, lalléro) al quale porto lo strumento che sto suonando sempre meno visto che il mio PRIMO basso l’ho reso nuovamente operativo con un manico completo di meccaniche, decal, trussrod funzionante e quant’altro (pronto da infilare nel corpo similPrecision del mio primo basso, una cineseria ‘sto manico sicuro, ma che suona da spavento) a soli SETTANTA euro (colpo di culo trovato su Mercatino Musicale, e anche su questo c’è da raccontare i TRE tentativi di invio da parte di SDA che non mi trovava perché abito in campagna tre capanne dopo Tarzan) mentre un set nuovo di DiMarzio DP126 l’ho pagato NOVANTA euro (acquistato tramite quello che diventerà l’ultimo liutaio, ossia D), trasformando un Hondo H83 II in un Fenderstein dal suono sorprendente (ci ho registrato in studio e va ch’è una bellezza).

Bene, andiamo dal liutaio C, facciamo conoscenza, mi sembra una persona seria e professionale nonostante la giovane età e gli espongo il caso: non nascondendo la desolazione mi dice che quel trussrod NON FUNZIONA, al di là del lavoro fatto con la tastiera che ha qualche discutibile pecca che noto solamente dopo, ma l’economia dello strumento non ne ha risentito, ad onor del pero (o anche del Piero). Niente, non si muove, non c’è verso. Avrei voglia di bestemmiare e bestemmio, abbondantemente e senza ritegno alcuno. Trecento euro buttati al vento, per un lavoro perfettamente inutile. Il mio G&L rimane parcheggiato lì, in attesa di tempi migliori. Intanto, ad aumentare il costante flusso di bestemmie palesemente contraddittorie scopro che (sedetevi) se avessi inviato il manico alla G&L me l’avrebbero sostituito gratuitamente perché questo era un problema ricorrente nei G&L statunitensi, ossia il trussrod sottodimensionato. Adesso m’attacco al cazzo e cerco (avessi culo una seconda volta, davéro davéro) di nuovo negli usati se trovo un altro manico G&L Made in USA, tanto ormai lo strumento ha irrimediabilmente perso il suo valore. In Calabria (privato su Ebay, diovolesse) trovo e repente mi faccio inviare quest’altro benedetto manico originale (inspiegabilmente senza meccaniche, ma poco importa, le tolgo dall’altro). Manico montato, meccaniche montate non senza qualche difficoltà (la meccanica del SOL è posizionata in maniera differente rispetto all’altro manico, nulla di irrisolvibile, ma restano ‘sti fori dietro alla paletta, ben coperti ma restano) e NEMMENO QUESTO TRUSSROD FUNZIONA. Lo strumento è a un passo dal falò anche perché va detto, il suono di questo G&L è semplicemente mostruoso: definito, potente, preciso, quanto di meglio non possa avere mai suonato. Le pochissime volte che ho avuto la possibilità di farlo suonare in coppia con il mio Ampeg SVT4 made in USA e la sua brava cassa 4×10 anch’essa Ampeg ho goduto come poche volte.

Carissimo liutaio C, gli do fuoco? Dopo alcuni tira e molla (lo vendo, te lo cedo, lo riprendo, lo metti in vendita, lo riprendo, il tutto inframmezzato dal vaffanculo di rito) altra asportazione di tastiera, il palissandro cede il posto a un ebano nerissimo e impenetrabile, di qualità pazzesca. Stavolta il liutaio C fa uno scasso brutale e ci mette un trussrod che trainerebbe un transatlantico, documentando doviziosamente tutto l’intervento effettuato. Eccezionale, il basso suona comodo e nonostante le corde sbagliate (diametro eccessivo) e ormai vetuste, è persino gestibile. Pago un’altra sassata (quasi quattrocento euro) e mi riprendo questo basso che, in realtà non sto suonando più.

THE END

Ma neanche per il cazzo. Pensavate davvero fosse finita?

Poiché ormai il mio primo strumento è la chitarra acustica e avendo necessità di effettuare ulteriori interventi allo strumento e, visto che il liutaio C è sempre più oberato di lavoro (rischiando di fare la fine del liutaio A, celebre per non dire mai di no, salvo riconsegnarti lo strumento alle calende greche), sempre su consiglio di amico professionista, vengo direzionato da quello che chiamerò, ovviamente, liutaio D. Finora il migliore: onesto e leale, disponibile quando possibile e pronto a dirti di NO se impossibilitato ad operare.
Avendomi fatto un ottimo lavoro sulla chitarra acustica (iniziato, per correttezza, dal liutaio C, un lavoro davvero ben fatto che ha fatto sì che la mia chitarra acustica suonasse e avesse un’action di una comodità mai vista) ho ritenuto opportuno portargli il basso per dare una sistemata, visto che dovevo registrare alcune parti in studio. “Ma i tasti sono storti” se n’uscì il liutaio D. Persino Satana s’era spaventato di fronte a una simile giaculatoria partorita dalla mia bocca: “Ma che cazzo dici? Come: STORTI?!“. I tasti di uno strumento dovrebbero essere ortogonali alla bisettrice della tastiera. Così non è: se uno guarda con attenzione lo strumento di fronte, la cosa si nota, pur non inficiando l’intonazione. Del trussrod non si è nemmeno parlato visto che, a quanto pare l’action non s’è mossa di un millimetro, ma la tentazione e il terrore di vedere se funziona o meno sono più che presenti.
Chiaramente lo strumento giace nella sua bella custodia originale da almeno un anno e mezzo, con la batteria (a mia memoria) ancora collegata. Spero sia una di quelle con il sistema di ritenuta (Duracell o Energizer) altrimenti sarà andato in vacca persino l’impianto elettrico, unica cosa degna di nota di quel basso di merda che è questo G&L L2500 Made in USA matr. 7104.

Racconto di fantasia

Un appunto in agenda, aperitivo al *** alle ore 18. Bravo, un appuntamento segnato, questo sì che significa essere precisi. Il fatto è che non ho segnato con chi avevo ‘st’appuntamento, e quindi? Non un nome, un numero di telefono, il nulla. Solo l’orario. Un po’ poco, no? Preciso ‘sto cazzo. Quindi ci vado lo stesso, ottimo: il posto è uno di quelli dove l’andarci di proposito è detestabile a priori, a voler essere gentili. Piove eccezionalmente che Dio la manda, quindi io mi siedo dentro in un tavolo che s’è preso una sporta d’acqua che mezza basta e la sedia idem, asciugati alla bell’e meglio da una dello staff, col tavolo che, fradicio, profuma d’impregnante e la sedia che mi si sarà tatuata sul culo, disegnando un simpatico motivo sui miei jeans. Piove ancora di più e l’uscita da questo posto decisamente fighetto wannabe (che orribile coppia di lemmi, però funziona, come NON disse Machiavelli, non l’ha mai detto, è una leggenda metropolitana: “Il fine giustifica i mezzi”, un posto degno del mio paesone che m’ospita) sarà un’impresa degna di Noè. Probabilmente sto aspettando ‘sto cazzo, ma transeat: non ho nemmeno un ombrello con me, quindi buon viso a cattivissima sorte.

Stanno per intervistare qualcuno, oh cielo, un VIP, qualcuno senza dubbio importantissimo, me cojoni, e io non ne sapevo nulla, io sono addirittura in sandali, quanta mala creanza. Penso che me la darò a gambe prima che inizi il rito mediatico. Accanto a me due coppie: due amiche (notevoli) che parlano di non so cosa, ché la mia sordità incipiente ovatta tutto e dietro di me due tizi di cui al punto in precedenza. Mi portano una Ribolla Gialla gassata (attenzione, bedabèda bubi, non vinificata chissà come, gassata come certi vini rabbiosi da circolo ACLI) pressoché imbevibile e un pacchetto di patatine da 30 g unte e bisunte, però confezionate che Sua Maestà il Morbo Odierno non transige. Dietro ancora una famigliola con tre (quattro) infanti, di cui uno bestia di Satana che non fa altro che strepitare.

Ha smesso di piovere, dioguardi: me la do a gambe, nonostante l’intervista sia iniziata. L’intervistatrice, un incrocio fra una Lina Sotis e una Barbara Alberti sta torturando un tale che sarà chissà chi (ossia, per esteso, sarà chi te se ‘ncula).

La bestia di Satana, intanto, ancora strepita.

Pago, mi segno la cantina che ha prodotto quel liquame e me la do a gambe, non prima d’aver significato alla gentil operatrice la mia avversione ne’ confronti dell’impotabile frutto della vite, del lavoro dell’uomo, de’ solfiti e dell’anidride carbonica.

Au revoir.

Pace&Prete part II (e non sarà l’ultima)

Suono ad un evento e mi si palesa l’ex curato (ex perché è stato esautorato de’ proprî compiti per raggiunti limiti di età) del mio paese che (capirete poi perché) non mi vedeva da almeno vent’anni che, di punto in bianco, mentre stavo cantando, mi si piazza dietro (eh, old habits die hard, neh?) e mi dice, serio come la merda: “Ma ancora non hai smesso di fare questo lavoro?” durante una pausa strumentale del brano che sto eseguendo.
L’intelligenza, la fortuna, il buonsenso mi ha fatto rispondere mentre riprendevo a cantare: “Perché? Mi diverto tanto!”, riprendendo immediatamente a cantare.
Invece no, mi rendo conto d’aver sbagliato.
Avrei dovuto rispondere in maniera consona a un membro di quelle che altro non è che un “concistoro di fave mosce imputridite dall’astinenza” (una memorabile ed eterna citazione dell’architetto Giorgio Marchetti, che mi manca e manca), e avrei dovuto dire: “E te non hai finito di rompere i coglioni con gli amici immaginarî? Ne’ paesi civili a quelli come te gli danno il TSO”.
Dio cane.
Però dopotutto ci tenevano tanto a battezzare il figlio per mano sua, visto che aveva celebrato questo e quel rito. Miserabile d’un prete di merda.

Un nuovo verismo, più sangue e merda però.

Se mai ci sia stato un periodo divertente delle lezioni di italiano, quello è legato indissolubilmente alla corrente letteraria del verismo: per quel che mi riguarda non c’è nulla di peggio, di più sopravvalutato, di più disgustoso del verismo. Secchiate, tir, transatlantici colmi di merda, termine onnicomprensivo che racchiude in sé sventura, eventi nefasti, funesti e di destini tristi manifesti. Se qualcosa poteva andar male nei libri degli autori veristi questo andava peggio, una catastrofe insormontabile, morti, feriti, situazioni economiche da suicidi, un bagno di sangue granguignolesco, un verificarsi continuo di eventi terrificanti e giù a battersi il petto o clemente, o pia, piglialo ‘n culo e portal’ via.

Persino Luigi Pirandello, partito dal verismo (se ben ricordo) trova una luce di speranza in una novella come “Ciàula scopre la luna”, Pirandello, l’autore di capolavori come “Il fu Mattia Pascal”, “L’uomo dal fiore in bocca” e via così. L’autore girgentano ha quindi ben poco a che spartire con l’ennesimo figlio della raggiante Catania, che tanto ha dato all’arti, lo scrittore di tomi poderosissimi come “Storia di una capinera”, la storia di una monaca in crisi di vocazione (così si dice?) che però nulla, resta monaca e sofferente o “Mastro Don Gesualdo” un cafone arricchito schifato da ricchi e poveri (sarà perché ti odio?) appartenenti tutti al ciclo dei vinti, degli sconfitti dalla vita, legnate sui coglioni fonte di ispirazione motivazionale al suicidio.

Il mio sogno però era un altro: parodiare il capolavoro del Verga. Sì, quel libro lì. Ora, a me ‘sto cognome m’ha sempre fatto sorridere perché Salvatore Verga era un amico di famiglia siciliano di mio padre, guardiacaccia – quarant’anni fa c’erano i guardiacaccia – e con noi bambini era sempre con un sorriso e una finta burberia (se mai si possa dire così). Pertanto abbinare questo cognome a quel mattone cupo come I Malavoglia m’ha sempre suonato strano, bizzarro.

Quando a scuola la professoressa Giovanna Manca (sarda come me, che porto nel cuore, mente geniale e assai rimpianta, se riesco ancora a mettere due parole di senso compiuto in fila e a dar loro un pur primitivo significato lo devo anche a lei) ci fece conoscere ‘sto masso rimasi di sasso: capisco, è un romanzo, e l’importanza del verismo qui, e le corrispondenti correnti artistiche lì, e il periodo storico, e via così. Sta di fatto che ‘sto Padron ‘Ntoni, il giovane ‘Ntoni, la Longa, la Locca, Brasi Cipolla mi sembrava un teatrino di disperati di fattura unica. L’arma della parodia mi sembrava l’unica difesa, pertanto.

Ora, nel 1992 scopro il fogliaccio livornese che risponde al nome de Il Vernacoliere e lì vi scoprii una tra le penne più geniali in Italia e non solo, vale a dire il Maestro Federico Maria Sardelli: individuo semplicemente geniale, un artista follemente completo, solo per citare qualcosa direttore d’orchestra (eccellente flautista), il vivaldiano più importante d’Europa, candidato a due Grammy Award per la musica sinfonica nel 1997 e nel 2000, pittore (anche acquafortista, se la memoria non m’inganna), autore e vignettista, colonna portante di un Vernacoliere molto cambiato e che ora non seguo più.
Federico Maria Sardelli è anche autore di diversi libri, ora seri, serissimi (il suo “L’affare Vivaldi” edito da Sellerio Editore è davvero notevole) ora leggeri (lui direbbe “cretini” sminuendone la potenza, la qualità, l’estro) come i suoi libri sulle “Proesie”, poesie surreali e ovviamente esilaranti e (ecco l’oggetto del contendere) il suo tomo che più m’interessa, ossia “Il libro Cuore (forse)”, strepitosa parodia senza pari del romanzo “Cuore” di Edmondo de Amicis, quest’ultimo stucchevole libello colmo oltre ogni misura di buoni sentimenti, roba da diabete fulminante.

Ecco, il mio sogno era questo: parodiare fotogramma per fotogramma, azione per azione o come si dice al cinema fare un remake shot-for-shot in chiave totalmente parodistica de “I Malavoglia” e intitolarlo poderosamente “I Mmerda”, con la doppia M, a denotare quanta sventura ci potessero avere ‘sta famiglia che io avrei ribattezzato i Molisano, proprio perché il Molis’nt.

Bianco Natal, vo a vomitar…

Da ascoltare con in sottofondo “I like Chopin” di Gazebo.

* * *

Il mio lavoro mi piace, mi piace molto, no ‘l niego, mi permette di conoscere gente, persone, luoghi, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, e via così; l’esperienza dell’altra sera però in tutta sincerità mi ha particolarmente colpito. E non per aver mangiato in modo clamorosamente disgustoso (saranno vent’anni che non mangiavo così male a un evento, ma male), ma quanto per essere ritornato negli anni ’80 in poco più di un istante, come se avessi valicato uno stargate e non me ne fossi accorto.

Una delle tante cene aziendali (evito i dettagli, non servono, non aggiungono nulla), ci comunicano il luogo, luogo che io conoscevo per essere presente nella nostra realtà da quasi sessant’anni, ma ignoravo sinceramente che all’interno della struttura stessa ci fosse un ristorante, oh beh, nessun problema.

Arriviamo a montare, come s’usa dire, l’impianto, strumenti e tutto il resto e una volta valicato l’ingresso mi rendo conto che già mi sembrava di essere sul set del film “Vacanze di Natale”, il primo episodio, senza se e senza ma: non vedevo certi arredi né tantomeno certi dettagli (veramente!) da quando ho iniziato questo lavoro, come l’appendiabiti in legno tipo baita di montagna sopra Courmayeur, i segnaposto con su scritto “riservato” in plexiglas colorato, verde o blé, veramente una chicca di quelle storiche; mancavano i posacenere in metallo della Yoga, anzi no, della Massalombarda sui tavoli e il dispenser dei tovagliolini dei gelati Stocchi.

Mi aspettavo sinceramente che a un certo punto uscisse Calogero Calà detto Jerry cantando “Maracaibo mare forza nove” alla guida di una conga scatenata, con i milanès, i torpigna e i romani di Roma nord a salire al piano di sopra a svegliare gli ospiti dei quali vi parlerò più avanti.

In un muro c’era addirittura ancora una presa di corrente di quelle che la BTicino aveva chiamato “Magic” (erano un tentativo di creazione di un nuovo standard che faceva leva sulla sicurezza anche e soprattutto a prova di bimbo): parliamo veramente della prima metà degli anni ‘80. Le aveva in casa il mio collega, prese che fece togliere all’incirca nell’86. Il titolare di questa perlomeno discutibile struttura era ed è quanto di più remoto possa essere attinente alla gestione di un locale aperto al pubblico, ma dopo tutto lo capisco: quando fai questo mestiere per quasi cinquant’anni è fisiologico che ti stia sul cazzo tutto il Creato e che la tua misantropia raggiunga livelli non misurabili nemmeno dall’Istituto dei Pesi e delle Misure, ma a un certo punto molla il colpo e vattene. Sulla bieca codardia di quest’ultimo poi parlerò più avanti, ma andiamo oltre: brigata di sala costituita da due cameriere, una finto/simpatica assolutamente e decisamente indigena, ma in realtà maleducata e scontrosa come la merda, l’altra decisamente con un più basso profilo, una ragazza dell’Est Europa assai più educata (mentre stavamo ricaricando in auto impianto e strumenti – gli ospiti erano andati via da almeno mezz’ora – chiaramente non riuscivamo a chiudere le porte avendo entrambe le mani impegnate, pur cercando di fare prima possibile. Questa ragade, pensando che non la sentissimo ci apostrofa ad alta voce con “Ma guarda tu ‘sti finocchi, la porta…”, peccato in quel preciso istante collega rientrasse e, colpo di classe, se n’uscisse con un: “Grazie, eh!”, al che la merdosa, avendo pestato una sua simile se n’uscisse con dire (e fare) da geco: “Ah no, ma io dicevo gli ospiti di prima”, ma dai, ‘sta punta di cazzo: io invece pensavo che parlassi di quella infelice di tua madre capace di compiere l’errore primo d’averti messa al mondo, anvédi alle volte.

Ma andiamo col menù, degno del miglior Cerea, ma che dico, Alajmo (due nomi a caso): maestoso e ricco aperitivo consistente in noccioline, patatine, Yonkers (un grande classico) e i Cheesy Poofz di Cartman come nemmeno al dopolavoro ferroviario di Indicatore. Da bere, ovviamente, due cartoni di Dom Pérignon fatto col bicarbonato. In Gastroenterologia sta già diventando argomento di studio per la prossima pubblicazione su The Lancet.

Come antipasto l’unica cosa che strappa un cinque di stima, dato da ‘l capocollo, la coppa di testa, la torta ‘nchi cìcc’li (una simpatica focaccia umbra con i ciccioli di majale, una cosa macrobiotica), una caciotta indefinita (quelle che anche al Lidl te le vendono sottobanco) e un gorgonzega® (gorgonzola una sega, citando un mio ottimo amico) con le pregiate confetture delle vaschette Hero che te le danno o all’ospedale o negli alberghi del medesimo livello tipo chessò, pensione Miramonti a Marotta.

Menzione d’onore per il coccetto caldo di polenta col sugo, sugo sospetto schivato come il pericoloso bombardamento di uno stormo di piccioni incazzati che ti ha scambiato per l’assessore all’ecologia. La polenta omnia vincit, come l’amor, riempie, costa poco e fa tanto baita di montagna, ariècco Jerry Calà con la conga, spostatevi un attimo, così poi posso andare avanti.

Ma ora basta cazzate, ecco ‘l cimento, disse Orfeo di fronte alle porte di Dite, ecco il primo primo: i tortellini in brodo. Spendo più di due parole, che volete, son fatto così: vi ricordate quando arrivarono in Italia i primi discount? Lasciate perdere Aldi, Lidl e compagnia bella: i primissimi discount sembravano usciti dal telefilm “Amerika”, con i cartoni buttati là, due commessi, luci fredde al neon e quell’atmosfera che nemmeno Bioshock, t’aspettavi uscisse a momenti un ricombinante. Bene: sul piatto c’erano quei tortellini, quelli che acquistavi al Sosty (il primo discount che arrivò a Perugia, e la marca, falsa come una banconota da due euro e mezzo, fintamente artigianale, hipster ante litteram, il marchio dicevo era Mastro Leandro, ribadisco falso come Giuda). Com’erano ‘sti cosi ripieni? In primis, tutti clamorosamente uguali, con la pasta sottile e stracotta, d’un bianco livido che sapeva di trapasso repentino e il ripieno, c’era sì il ripieno, ma poteva essere di carne, prosciutto, ricotta e spinaci, morte, pregiudizi, ‘sti poveri tortellini disperati cotti, ma che dico, scotti che avrebbero fatto la gioia di Jabba Desilijic Tiure, in un brodo di carne indefinita, scialacquito (suona bene ‘st’anacoluto, o neologismo? Boh) eppur rabbioso di sale, di un trasparente la cui immagine riflette su un discorso che non smette. Ne abbiamo mangiati forse quattro a testa, coprendoli con abbondante formaggio grattugiato (Parmigiano Reggiano? Grana Padano? Pamigo Bayernland? Al NAS l’ardua sentenza).

Il secondo primo! Immancabili in queste terre: ovviamente “I tajatelli“, in italiano le tagliatelle al sugo di carne (a proposito del sugo di carne ebbe a dirmi il figlio di un ristoratore storico – che non c’è più – delle mie parti: “Non chiamarlo ragù: il ragù è un’altra cosa”, lui che faceva un ragù che era celestiale ma si scherniva perché – diceva lui – solo i bolognesi lo sanno fare, noi facciamo il sugo di carne), piatto che ho accuratamente evitato, memore del sugo di carne di certi ristoratori canaglia che ci mettono Dio solo sa cosa dentro.

Ovviamente, che cazzo te ‘l dico a fa’, lo secondo, l’immancabile ròsbiffe®, o qualcosa di simile a fette, con erba (di casa mia) e patate al forno. Evitato anche quello, grazie, sto ‘na crema così, te pare e che te pare.

I vini, dimenticavo: due basi, bianco e rosso di una cantina vicina. Senza infamia e senza lode, ma tanto poco sarebbe cambiato.

I dolci, il carrello dei dolci, e che non chiudiamo toda joia toda beleza, il tripudio, il trionfo, ullallà, me cojoni, evvualà® il panettone di chissà quale forno (crematorio) a chiudere e, incredibilmente, come nei peggiori film che celano almeno una scena presentabile, un caffè più che decente e addirittura l’amaro Nonino oltre all’immancabile fiasco di limoncello fatto in casa, de chi ‘n se sa, limoncello a base di metanolo ma sicuramente ‘o metanolo ‘e Surriento che ispirò il grande Lucio Dalla: “Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, con questa intossicazione co’ ‘o metanolo de Surriento”.

Veniamo al titolare tanghero che non ha nemmeno avuto il coraggio di dire a noi nulla in merito al volume “perché di sopra ci sono le camere, chiaro?! Chiamo la SIAE!” al che m’è scappata comprensibilmente una risata, perché c’entrava come i cavoli all’Eucaristia, come se la SIAE ci multasse per il volume alto, geniale, mo’ je dàmo pure questa e siamo a posto. L’organizzatore della festa, un nostro ottimo e spassoso amico che ci diceva: “Alzate! Alzate il volume!” con ‘st’ometto unto, mezzo pelato e col baffetto da piglianculo d’ordinanza che ci ronzava intorno come un tafano fa col culo dei purosangue rendeva il tutto più complicato ma senz’altro più divertente. Di non trascurabile rilevanza il fatto che questo paramecio coi baffi non aveva detto nulla al committente proprio per non perdere il banchetto (e durante l’anno pranzi e cene organizzate proprio dal suddetto committente – nostro amico – in quel cassonetto indifferenziato o sedicente ristorante s’erano sprecate, alla faccia della gratitudine o dell’intelligenza, doti certo assenti in quel tapino)

Importante: le camere al piano di sopra (così vi do un indizio che restringe clamorosamente il cerchio, ma non scriverò il nome direttamente nemmeno sotto tortura) non è che fossero occupate da famiglie, turisti, agenti di commercio o cos’altro, ma da coppie “illecite” o peggio ancora “immorali” insomma, degli sporcaccioni dediti al gran sesso ai quali probabilmente Vasco Rossi turbava l’agone del talamo, ma io credo anche no. Se io me ne sto al piano di sopra con un’occasionale ospite non esattamente a fare rebvs e crucibérva ci può essere persino la remotissima possibilità che m’importi una sega (absit iniuria verbis) del baccano al piano di sotto. Tra l’altro, a chiudere, la brigata che allietavamo era spassosamente caciarona, com’è legittimo che fosse ma niente di chissà quanto insopportabile.

I’m dreamin’ of a white Christmas…

A mo’ di promemoria

Importante, ma che dico, importantissimo: poiché la mia condotta scellerata mi sta accorciando la vita alcune importanti precisazioni che spero vengano lette in quel preciso frangente, ossia successivamente alla mia morte:

  • niente sepoltura ma solo cremazione in bara di cartone atta alla stessa. Niente legno, ché se va consegnato a frate fòco gli importa una sega di questo o quel mogano. Tenete l’urna in garage e, quando potrete, disperdete le ceneri in mare, nel Tirreno. Da qualche parte approderò e potrò finalmente riposare;
  • niente manifesti: costano, inquinano, ingombrano, sono inutili, in una parola. Risparmiamo, perdio;
  • nessun rito né civile né religioso: soprattutto nessuna omelia da nessun prete. Ne ho sentite troppe di ributtanti stronzate vomitate da cialtroni infimi con i quali non ho condiviso un bencreato cazzo. Quindi guai a voi;
  • nessun evento a ricordarmi, non v’azzardate. Son morto, silenzio. Cerimonie, brindisi, amenità del cazzo che da morto non sentirò mai. Tenetevele per voi;
  • bruciate con me il mio basso 4 corde e la mia chitarra acustica Cort in legno chiaro, con custodie e tutto. Il resto (specialmente il maledetto 5 corde) rivendetelo e con quei quattro spiccioli andate a puttane, che ve divertite de più.

E questo è quanto.

 

Siamo tutti interessanti, in un modo o nell’altro

Sabato 8 dicembre, con l’atmosfera del magico Natale (il quale, grazie ad un’irripetibile alchimia, passerò finalmente da solo, a non celebrare una festività che andrebbe bandita e proibita a chi ha più di sei anni) mi ritrovo per mera casualità a transitare per una pasticceria romita dalla mia residenza, con la scusa di andare a trovare V., deliziosa cinquantenne dall’insolito accento per queste lande misere. Trovo la pasticceria insolitamente aperta (non prima di vedermi sottrarre il comodo parcheggio davanti all’ingresso dalla solita mammina iperattiva del cazzo, metafora onnipresente della mia vita in auto) ed entro: trovo V. e la mammina del cazzo che solo un caffè perché vado di fretta, ma che cazzo te córi, capace domani te sveji all’àrberi pizzuti. Aspetto che la splendida si tolga dal cazzo e m’intrattengo con V. e i suoi buffi occhiali da ipermetrope che le danno ancor di più un’aria da Alice nel paese di chissà quali bizzarre meraviglie. Mi chiede come mai non fossi più passato e lì a spiegarle della mia convivenza finita dopo undici anni e via e via, dell’anno appena trascorso andato benissimo dal punto di vista lavorativo e via così. 

Come avrebbe detto Giorgio Montanini, a V. je se apre ‘na cazzo de valvola e lì mi racconta una di quelle storie che scànsati: undici anni anche lei trascorsi appresso a un divorziato con un figlio (figlia? Non rilevante), mammone di merda che exige la comida quando torna stanco dal lavoro – porèllo – per tutti i giorni che l’Onnipotente manda in terra, che non ha mai scucito un centesimo per una vacanza e che ha la barca a Punta Ala però braccino corto la merda quindi si va in vacanza a Punta Ala a’ purciaro. The best is yet to come, però: lui a maggio le fa lasciare casa e un lavoro (ovviamente contratto a tempo indeterminato) venticinquennale e da Arezzo la fa venire a Perugia e a ottobre la scarica perché (tipico di noi uomini) ovviamente ha un’altra. 

Mi cadono le braccia e da uomo mi vergogno: trovarsi in una città che odi e che cameratescamente ricambia per colpa di un maestoso e imponente stronzo, beh, non è davvero il massimo.