Esecrazione del sandwich al prosciutto

Il sandwich al prosciutto giace lì, illacrimato, esanime, nato vetusto, da subito, da prima. Son le cinque, le cinquemmèzza tuttalpiù, e il lavorante di questa o quella pasticceria, furibondo per il gramo risveglio, fa il suo arrivo nel bàrre con i vassoi coperti e sigillati, freschi di mutua, da pasto della SAUB (avélli, vent’anni ora, sai che lavoro) e lì, tra tramezzini boriosi ferocemente ripienissimi, panini cotoletta e insalata e (pezzo salato tutto perugino che l’Europa e anche il Liechtenstein ci invidia) fagotti ora frittata e cotto, ora salame, uovo e carciofino (m’ha sempre dato l’idea che quest’ultimo sia nato dopo una notte di bagordi per arginare un devastante hangover o il più italico post-sborniam) giacciono loro, col loro pane secco, dalla morfologia croissantesca, lucidissimi in superficie (come? Mistero) ma con l’impasto del pane che nemmeno la briòscia dimenticata nell’armadio da venerdì (di quale mese, poi) e con le loro due sottilissime fettine (sullo spessore c’è un gruppo di ricerca al CERN di Roncobilaccio, pare che il prosciutto dei sandwich diverrà materia di studio per il prossimo Nobel) di scadente crudo, già rabbiosamente rancido dopo nemmeno mezz’ora dall’essere stato affettato e col grasso che già vira a un tetro terra di Siena smorto, solo e senza né l’ombra di un velo di burro esanime né di ignobile mayonnaise, destinata a svanire, come il precedente, nel volgere di pochi istanti.
Lui lì è e lì rimane, il sènguic (come da grafìa figlia del circolo ARCI, ACLI. FENALC o come cazzo ve pare), con un’aria irredenta che la Luisona del Benni nazionale sembra tenera e soffice come le merDendine® del Mulino Bianco: è rimasto l’ultimo, come il Mohicano, e resta solo a difendere l’avamposto, il vassojo vòto e senza speme alcuna, privato subitaneamente della vicinanza del fagotto (entrambe le farcìe, uno via l’altro, nella morte l’idea più alta della democrazia, ave Cesare, farcituri te salutant) del panino finto genuino con mille folli variazioni, del tramezzino che no, grazie, solo un tramezzino stamani (e la fera ipercalorica tace, pronta per l’agguato) e della cotoletta, da appetito gagliardo per coloro che lavorano sodo, mica voialtri, eh, ce li metterèbbe a lavora’ sul tetto da le sette, a ‘sti banditi. Eccolo, è lui e viene salutato dal ritardatario di turno con gioia, gaudio e letizia e quindi con frasi del tipo:

– cazzo, Giuliano, ma che ce so’ state le cavallette oggi che n’n c’è armasto un cazzo?

– noo, anche stavolta non c’è niente (il barista, freddo e distaccato come nemmeno il miglior Christopher Walken, annuisce ignorando il solitario che, con un’occhiata sanguinaria, ricambia);

– uh che fortuna, un sènguic, che tanto so’ a dieta (mentre ‘l tapino, rabbioso pensa tra sé e sé merda, ma quanto cazzo me pòle fa’ schifo? Ma sempre io, ma io boh).

Ora sappiate una cosa: se il sènguic al pregiutto© è l’ultimo del vassojo com’assèmpre), beh, sappiate che in quelle ORE di solitudine ha maturato una coscienza che lo porterà, da nipponico kamikaze, alla madre di tutte le vendette. Si lascerà mordere (perché il primo morso non fa mai male) ma, al primo boccone, la mappazza© sarà implacabile fino a togliervi il respiro e portarvi a una morte terribile, se non avrete nulla da poter bere nei successivi venti-trenta secondi. 

– Ma è morto? Davéro? E quando?

– Mah, ieri pomeriggio al bar: dice s’è strozzato con un sènguic al pregiùtto. Ma come se fa, a me me fa schifo!

– Ah, lascia fa’, n’n se strozza proprio. Pigli un caffè?

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Ar gabbio.

– Ahó, io me so’ rotto er cazzo, vaffanculo;

– Eh, pur’io;

– Ma te nun t’encazzi?

– Eh sì, ma si m’encazzo che cambia? Devo sta’ qua;

– Cheppàlle. A me nun me piace da sta’ qua. 

Due teppisti de CINQUE anni al tavolo dei pupi. Er gabbio baby style…

Il Terzo Mondo

Non è quello che muore di fame, quello senza vaccini, quello senza una vera democrazia al governo. 

Macché. 

Il Terzo Mondo fuma. 

Ancora. 

E si crede ancora tanto fico, porcoiddìo.  

Esegesi del bruciapadelle. 

E quindi lasci ‘sto covo di ingrati e di frustati (il dramma umano) verso altri lidi senz’altro romiti. 

Bravo bravo, però bedabèda bubi, che se lì infili il buVVo a cazzo di cane in qualche manicaretto finisci in pasto agli squali, bestiole peraltro invero gratissime. 

“Ma la volta scorsa guarda cèrano almeno centoventordici persone paganti eh”

La manna dal cielo, questa biblica meraviglia che sembra nutra frotte e frotte di gestori, PR (opinabile e liberamente interpretabile acronimo), ragazze immagine, barman, barmaid e pizzettari de Via de la Scrofa e che io invece non ho visto mai. La manna, intendo: invece de pizzettari ceppièno. 

Nel frattempo padre, figlio e nipote salgono sul SUV alla volta di romiti lidi e nello sguardo del patriarca scorgi la luce primordiale di Ötzi e ti rendi conto che di anelli mancanti ce n’è quanti cazzo te ne pare. Ciao Darwin, per l’ape ci vediamo alle diciannove neh. 

La fica cómpra

La fica cómpra

sholollo lollollolló

la fica cómpra

sholollo lollollolló

la fica cómpra

piàge anche ta meee…

Sull’aria di “Can’t take my eyes off of you” dell’indimenticato Frankie Valli. 

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