Rifiuto ingombrante 

A te che hai buttato (buttato) un gattino (un cucciolo) in un sacco, lanciandolo nel contenitore degli ingombranti, dandotela poi a gambe, t’auguro che il karma faccia il suo corso. Punto. 

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All you can review.

Ogni sacrosanta mattina io sono di cattivo umore, è una certezza, un dogma, non si sa perché, ci dev’essere nel libretto delle istruzioni, perciò mi piace leggere qualche amenità nel cellulare, ridere, sbellicarmi come quando arrivo alle 19:30 al casello di Carisio e stemperare l’ira che già gorgoglia, cosicché mi va di farmi due (anzi, dueddùe) risate. Uno dei miei preferiti all’esercizio è senza dubbio alcuno TripAdvisor. E perché TripAdvisor? Semplice: vi trovi recensito veramente tutto, ma quando dico tutto voglio dire tutto (cit.): dai ristoranti stellati alle pizzerie di quint’ordine, dei monumenti (le recensioni degli yanki sono a dir poco dei capolavori, poi votano Trump e se ne pentono una settimana dopo perché quel burlone vuol dichiarare guerra alla Corea) ai luoghi di trasporto. Una domanda però la faccio, conscio che io, li cazzi mia, non me lo faccio mai: come cazzo si fa a recensire gli all you can eat?
Proprio questi, l’antitesi della ristorazione, questa grande ricicleria del cibo avanzato, questo abominio, figlio di madre ignota, nemmeno fossimo usciti da chissà quale guerra termonucleare totale (cit.), che porta certa umanità dolente della quale gnitànto son parte (non più di una volta ogni sei mesi, ieri l’altro, e infatti se ne riparla nel 2018) ad abbuffarsi a un sudicissimo trogolo per la modica cifra di dieci/undici/dodici euri tutto compreso bevande a parte (salvo pagare una bottiglia di minerale quanto un Tignanello), beh, è davvero disarmante. In primis, per l’assoluta mancanza di rispetto nei confronti del cibo da parte sia di chi cucina che di chi mangia: voglio dire, il cibo, e in maggior misura quando è cucinato, ha dietro di sé una mole di lavoro non indifferente e un cibo che tu paghi 10 € (qualunque cosa tu prenda) significa che è stato fatto, se tutto va bene, col culo. Poi non lamentarti se al tiggì mandano in onda un servizio oh, ma è dove siamo andati a pranzo ieri, ma sembrava così carino, così pulito e te sei magnàto er susci, sì, ma de sorcio, il re è nudo? No, l’hanno ricoverato in gastro, terapia intensiva, dice che fosse andato a mangiare in uno di quei còsi giapponesi (il Giappone dovrebbe dichiarare guerra alla Cina una volta ancora solo per questo, giapponese tua madre).

Esegesi del bruciapadelle part II.

E quindi insomma la feccènna parrebbe unilateralmente evolversi, al poco che leggo sui post drammaticamente sgrammaticati di ‘sto cane da stoviglia (o cane ‘e istergiu, come s’usa dire nella mia Regione quando s’ha a che fare col solito quaqquaraqquà forte co’ deboli e servile co’ pettoruti – FMS scripsit – buono solo ad appressarsi al rancio servito per l’appunto nella stoviglia).

Ma come, dico, come? Finalmente ti trovi in una lochéscion degna delle tue mirabolanti qualità culinarie (mediocre come pochi, uno così l’unica stella potrà guardarla ‘ncopp’ all’albero di Natale) e ancora t’avveleni di chi, per la seconda volta t’ha cacciato a calci in culo? Eh? E poi il bello è godersi la pletora adorante di ‘sto can rabbioso che da contro a chi, intanto, vince un altro concorso e se ne va overseas a raccogliere i frutti dell’opra, dandogli del secondo (tranquillo, ché sei primo, ma nella classifica degli stronzi livorosi, mediocre bruciapadelle).

Ma c’è di più: nei suoi post che pàjano scritti da un disgrafico analfabeta (e mi tengo basso, un basso profilo, come lui, m’adeguo, via) questo tànghero latra RISPETTO, aggiungendo sinanco che il rispetto si da a chi lo da a sua volta (in un costrutto grammaticale degno di un malato di Alzheimer).

Lo stesso rispetto che lui ha riservato alla sua brigata, non mangiando MAI con loro e servendogli dei pasti che nemmeno nel peggiore dell’ospizî di un qualunque Stato da romanzo di Follett (pasta al pomodoro e cotolette in cartone pressato e verdura ignota), facendo i dispettucci comm’a ‘nu criaturo nei confronti dei musicisti, sbagliando regolarmente e con dolo evidente le comande (ora una pasta cruda, ora stracotta, ora senza sale, oppure portando l’insalata scondita, col solito mesto e mezzo crudo pollo vietnamita che nemmeno nelle mense di cui in precedenza), ignorando le cene aziendali con scuse che nemmeno in seconda elementare manifestando disprezzo per tutti, compresa la Direzione – i tuoi datori di lavoro, sai che calcio in culo pigliavi, mucchio di merda, a Agbogbloshie t’avrei mandato in vacanza – e frignando rabbioso come un botolo ringhioso che nemmen l’Alighieri alle critiche su Trippadvàisor che gli davano dell’affamapopolo (una guarnigione di romani scrisse cose memorabili) e dello stravolgitore sterile della solida tradizione umbra (i crostini sferificati – aibò dé, parevan caàte – son stati l’apoteosi della presunzione gastronomica, hai capito ‘u scièffe d’a ‘uallera ‘e zì Rafèle, lui è boVbonico e ti pare s’abbassa a cucinare, no, lui cVea, lui ha lavoVato con questo e quest’altro – sì, come lavapiatti – aVVicchendo il pVopVio cuVViculum).

Lo stesso che si vide sbucare un (parecchio) alto in grado prefettizio in cucina alle ventitré e trenta di sera, a capo di una comitiva alla quale aveva fatto mangiare (mangiare?) pallette e quadratini al sapor del can che fugge a chiedere: “Magari adesso prepara uno spaghetto aglio e olio che qui la gente ha FAME!” e l’omino non aveva alcunché di ilare, che non era una compagnia scalcagnata d’avventori, proprio non direi. Ah, che ingrati, che frustati (in uno di quei post grotteschi, senza nemmen sapere che si scrive – a Dio piacendo – frustRati, ma si sa, certi la maestra la sotterrano in seconda elementare, tanto a cosa serve, io da grande faVò ‘u scièffe, e m’importa un cazzo di sintassi, punteggiatura ed altri orpelli inutili, ma lui tiene ‘a cazzimma, ma sciacquati la bocca prima di dire certe cose, pestamerde)

Cucinare sì poi, come no, mettendo il burro OVUNQUE, porca madonna, OVUNQUE, persino nel sugo di pomodoro, il SUGO AL POMODORO COL BURRO, porca madonna e due, in campeggio a Guantanamo t’avrei mandato, sacco di merda. Ma mi sembrava ci fosse qualcosa che stonava e porca madonna e tre, c’era veramente il burro! Ora, me l’avesse fatto il francese dell’altro ristorante (chi sa, sa) sarebbe stato comunque folle, ma scusa tanto, o merda, ma vieni da una regione dove ‘a pummarola est dogma e gli si porta rispetto e gloria e tu che fai? Lo stupendo col buVVo. Ma stroncatelo nel culo, coglione dice a Parigi usava.

Ma adesso sai che bellezza, adesso che stai in culo al mondo a esteVnaVe la tua classe, il tuo métier, pensa che bello quando ti capiterà il primo Bronislav che manifesterà il suo dissenso. Dopo vaglielo a scrivere che pur’isso è frustato e vedrai che emozione sarà quando sarai tartare per i selaci, sempre le stesse gratissime bestioline.

Esecrazione del sandwich al prosciutto

Il sandwich al prosciutto giace lì, illacrimato, esanime, nato vetusto, da subito, da prima. Son le cinque, le cinquemmèzza tuttalpiù, e il lavorante di questa o quella pasticceria, furibondo per il gramo risveglio, fa il suo arrivo nel bàrre con i vassoi coperti e sigillati, freschi di mutua, da pasto della SAUB (avélli, vent’anni ora, sai che lavoro) e lì, tra tramezzini boriosi ferocemente ripienissimi, panini cotoletta e insalata e (pezzo salato tutto perugino che l’Europa e anche il Liechtenstein ci invidia) fagotti ora frittata e cotto, ora salame, uovo e carciofino (m’ha sempre dato l’idea che quest’ultimo sia nato dopo una notte di bagordi per arginare un devastante hangover o il più italico post-sborniam) giacciono loro, col loro pane secco, dalla morfologia croissantesca, lucidissimi in superficie (come? Mistero) ma con l’impasto del pane che nemmeno la briòscia dimenticata nell’armadio da venerdì (di quale mese, poi) e con le loro due sottilissime fettine (sullo spessore c’è un gruppo di ricerca al CERN di Roncobilaccio, pare che il prosciutto dei sandwich diverrà materia di studio per il prossimo Nobel) di scadente crudo, già rabbiosamente rancido dopo nemmeno mezz’ora dall’essere stato affettato e col grasso che già vira a un tetro terra di Siena smorto, solo e senza né l’ombra di un velo di burro esanime né di ignobile mayonnaise, destinata a svanire, come il precedente, nel volgere di pochi istanti.
Lui lì è e lì rimane, il sènguic (come da grafìa figlia del circolo ARCI, ACLI. FENALC o come cazzo ve pare), con un’aria irredenta che la Luisona del Benni nazionale sembra tenera e soffice come le merDendine® del Mulino Bianco: è rimasto l’ultimo, come il Mohicano, e resta solo a difendere l’avamposto, il vassojo vòto e senza speme alcuna, privato subitaneamente della vicinanza del fagotto (entrambe le farcìe, uno via l’altro, nella morte l’idea più alta della democrazia, ave Cesare, farcituri te salutant) del panino finto genuino con mille folli variazioni, del tramezzino che no, grazie, solo un tramezzino stamani (e la fera ipercalorica tace, pronta per l’agguato) e della cotoletta, da appetito gagliardo per coloro che lavorano sodo, mica voialtri, eh, ce li metterèbbe a lavora’ sul tetto da le sette, a ‘sti banditi. Eccolo, è lui e viene salutato dal ritardatario di turno con gioia, gaudio e letizia e quindi con frasi del tipo:

– cazzo, Giuliano, ma che ce so’ state le cavallette oggi che n’n c’è armasto un cazzo?

– noo, anche stavolta non c’è niente (il barista, freddo e distaccato come nemmeno il miglior Christopher Walken, annuisce ignorando il solitario che, con un’occhiata sanguinaria, ricambia);

– uh che fortuna, un sènguic, che tanto so’ a dieta (mentre ‘l tapino, rabbioso pensa tra sé e sé merda, ma quanto cazzo me pòle fa’ schifo? Ma sempre io, ma io boh).

Ora sappiate una cosa: se il sènguic al pregiutto© è l’ultimo del vassojo com’assèmpre), beh, sappiate che in quelle ORE di solitudine ha maturato una coscienza che lo porterà, da nipponico kamikaze, alla madre di tutte le vendette. Si lascerà mordere (perché il primo morso non fa mai male) ma, al primo boccone, la mappazza© sarà implacabile fino a togliervi il respiro e portarvi a una morte terribile, se non avrete nulla da poter bere nei successivi venti-trenta secondi. 

– Ma è morto? Davéro? E quando?

– Mah, ieri pomeriggio al bar: dice s’è strozzato con un sènguic al pregiùtto. Ma come se fa, a me me fa schifo!

– Ah, lascia fa’, n’n se strozza proprio. Pigli un caffè?

Ar gabbio.

– Ahó, io me so’ rotto er cazzo, vaffanculo;

– Eh, pur’io;

– Ma te nun t’encazzi?

– Eh sì, ma si m’encazzo che cambia? Devo sta’ qua;

– Cheppàlle. A me nun me piace da sta’ qua. 

Due teppisti de CINQUE anni al tavolo dei pupi. Er gabbio baby style…